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I Sommergibili e le Unita' di Superficie Italiane in Estremo Oriente 1940-45
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| Nel corso della Seconda Guerra Mondiale la
Marina Militare Italiana fu presente, anche se in misura molto ridotta, nelle lontane
acque dell'Oceano Indiano e del Pacifico. L'esistenza, fin dalla fine della Guerra dei
Boxer (1901) di un piccolo quartiere commerciale nazionale in terra cinese a Tientsin,
aveva, infatti, obbligato il governo italiano a mantenere in quello scacchiere un paio di
cannoniere, la Lepanto e la Carlotto (1) ed alcuni reparti
di terra per tutelare gli interessi commerciali dei nostri residenti in Cina. Dopo l'entrata in guerra dell'Italia (10 giugno 1940), il Comando Supremo della Regia Marina ordinò ad alcune unità di base a Massaua (colonia italiana di Eritrea) di trasferirsi in Estremo Oriente: manovra che venne decisa nel timore, del tutto fondato, che nel caso di caduta dell'Impero d'Africa Orientale, gli inglesi mettessero le mani sulle navi italiane. Nel febbraio del 1941 (neanche due mesi prima della presa da parte britannica della base militare di Massaua), la nave coloniale Eritrea (armata con 4 pezzi da 120 millimetri, 2 da 40 e 2 mitragliere da 13,2 millimetri) e i due piroscafi armati (Ramb I e Ramb II: moderne e veloci bananiere trasformate in incrociatori ausiliari con l'installazione di 4 cannoni da 120 millimetri e alcune mitragliere antiaeree da 13,2 millimetri) presero il mare con l'ordine di raggiungere Kobe (Giappone) e, in alternativa, i porti di Shanghai o di Tientsin. Mentre l'Eritrea e la Ramb II riuscirono nell'intento, eludendo la sorveglianza della Royal Navy, la Ramb I ebbe la sfortuna di incontrare al largo delle isole Maldive (Oceano Indiano) l'incrociatore inglese Leader che la colò a picco Nonostante il parziale fallimento della missione di trasferimento nel Far East, gli addetti militari e i diplomatici italiani a Tokyo discussero, almeno per un certo periodo, con le autorità giapponesi l'opportunità di utilizzare la Ramb II come incrociatore corsaro. |
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| Era, infatti, nelle intenzioni degli italiani
sfruttare quest'efficiente unità, che avrebbe comunque dovuto subire alcune modifiche
presso i cantieri di Kobe (nel giugno del 1940, il Comando navale di Massaua aveva già
previsto l'installazione a bordo della nave di una mezza dozzina di mitragliere antiaeree
da 13,2 o da 20 millimetri, o di un paio di pezzi antinave da 120 o 152 millimetri), per
molestare il traffico mercantile inglese in Oceano Indiano. Tuttavia, di fronte alla secca
opposizione del Comando della Marina nipponica (i giapponesi, almeno fino al 7 dicembre
del 1941, il giorno del loro attacco improvviso a Pearl Harbor, vollero sempre evitare
qualsiasi prematuro attrito con la Gran Bretagna e gli Usa), sia la Ramb II che l'Eritrea
furono costrette a rimanere pressoché inutilizzate agli ormeggi. Soltanto dopo la sua
ufficiale entrata in guerra, il governo di Tokyo permise alla nave Eritrea di
prestare appoggio ai sommergibili oceanici italiani che giungevano a Penang e a Singapore
dalla lontana base di Bordeaux con carichi di prodotti e merci rare ad essi destinati (2). Per quanto concerne le navi da trasporto italiane che si
trovavano in acque cinesi e giapponesi al momento dell'entrata in guerra dell'Italia a
fianco della Germania contro l'Inghilterra e la Francia (10 giugno 1940), parte di esse
(come il Conte Verde) rimasero inattive o dovettero prestare servizio per i
giapponesi, mentre altre tentarono di raggiungere la base di Bordeaux (che fu il punto di
appoggio per i 27 sommergibili italiani che dal giugno del '40 al settembre del '43
operarono in Oceano Atlantico e in Oceano Indiano) rompendo il blocco britannico e
statunitense. Alcune queste, come la Hymalaya, riuscirono nella difficilissima
impresa, trasportando in Europa discreti quantitativi di merci pregiate (gomma, stagno,
chinino), mentre altre, minacciate da unità da guerra alleate, furono costrette a
rifugiarsi in porti neutrali. |
| Ma come vedremo, il Comando della Marina
Italiana, al pari di quello tedesco, cercò nel corso della guerra - anche a costo di
perdite molto elevate rispetto ai vantaggi ottenibili - di utilizzare unità subacquee
speciali per i collegamenti commerciali straordinari con l'alleato giapponese (3). L'8 settembre, alle ore 2 antimeridiane (locali) l'Eritrea si trovava in navigazione tra Singapore e Sabang per dare appoggio al sommergibile oceanico da trasporto Cappellini (4), appena giunto dalla Francia dopo una lunga e difficile tratta per trasportare in Estremo Oriente materiali strategici per il governo di Tokyo. Captato un comunicato della Reuter che annunciava la resa dell'Italia, l'Eritrea cambiò subito rotta puntando a tutta forza su Colombo (Ceylon), attraversando lo Stretto di Sumatra e sfuggendo alla immediata caccia scatenata dalle unità navali ed aeree nipponiche. Vediamo ora quale era la situazione delle altre unità italiane, di superficie e sottomarine, presenti in Oceano Indiano e nelle acque malaysiane e indonesiane in quella data. I sommergibili oceanici da trasporto Giuliani (capitano di corvetta Mario Tei) e Torelli (tenente di vascello Enrico Gropalli)4a si trovavano a Singapore già carichi di merci pregiate e in procinto per ripartire per Bordeaux, mentre il Cappellini (capitano di corvetta Walter Auconi) si trovava a Sabang, pronto anch'esso per il rientro in Europa. Il sommergibile oceanico Cagni (capitano di corvetta Giuseppe Roselli-Lorenzini) navigava invece in pieno Oceano Indiano proveniente da Bordeaux e diretto a Singapore 4b. Per quanto riguarda le navi di superficie (esclusa l'Eritrea), le cannoniere Lepanto (capitano di corvetta Morante) e Carlotto (tenente di vascello De Leonardis) si trovavano rispettivamente a Shanghai, mentre l'incrociatore ausiliario Calitea II, l'ex Ramb II (al comando del capitano di corvetta C. Mazzella) si trovava a Kobe per lavori. Alcuni piroscafi, come il Conte Verde (capitano di corvetta Chinea) si trovavano anch'essi a Shanghai. Queste due ultime unità si autoaffondarono il giorno 9 settembre per non cadere nelle mani dei giapponesi. Lo stesso giorno, anche la Lepanto e la Carlotto ebbero il medesimo destino per lo stesso motivo. La sorte delle unità italiane rimaste a galla fu triste e avventurosa. Il sommergibile
Cappellini decise con tutto il suo equipaggio di continuare a combattere a fianco
della Germania e del Giappone (aderendo di fatto alla nuova Repubblica Sociale Italiana
fascista creata da Mussolini), ma una volta trasferitosi a Singapore sotto scorta
nipponica venne catturato con l'inganno. Nonostante la dichiarazione di fedeltà del
comandante Auconi, l'ammiraglio Hiroaka fece internare la nave e imprigionare il suo
equipaggio, riservando ad esso un trattamento disumano. Stessa sorte toccò pure al
Giuliani
e al Torelli sebbene gli equipaggi volessero, al contrario dei loro ufficiali,
continuare a combattere con i vecchi alleati. L'unica unità che si salvò fu il
Cagni
che, saputo dell'armistizio, fece rotta su Durban (Sudafrica) consegnandosi agli alleati.
Nonostante il pessimo atteggiamento giapponese, molti marinai dei sommergibili italiani
dell'Oceano Indiano continuarono a combattere per molti mesi. Le unità tricolori
passarono in consegna al Comando degli U-boat tedeschi di Penang e continuarono ad operare
contro gli anglo-americani con equipaggi misti italo-tedeschi. Ma anche dopo la resa della
Germania, l'8 maggio 1945, una ventina di marinai italiani si ostinarono nella lotta a
fianco dei giapponesi (5). Per la cronaca, il Torelli fu
operativo addirittura fino al 30 agosto del 1945 quando nelle acque giapponesi le armi
antiaeree di quest'ultimo scafo italiano sperduto in Oriente riuscirono ad abbattere
perfino un bombardiere statunitense B25 Mitchell: l'ultima vittoria di un mezzo navale
"giapponese". |
NOTE |
| 5- Per la precisione dopo l'8
maggio i giapponesi sequestrarono e ribattezzarono e le seguenti unità italiane già
catturate dai tedeschi a Penang l'8 settembre '43: U-181 (I.501), U-862 (I.502), U-219
(I.505) e U-195 (I.506). Parimenti, i giapponesi misero le mani sul Cappellini
(già preda tedesca U.IT.24) ribattezzato I.503 e sul Torelli (ex U.IT.25) rinominato
I.504. |
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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