L'affondamento dell'Esperia

Ritorna all'affondamento dell'Esperia

Dal diario di Guerra del ten. ROMANO Fabrizio, del 66 Fanteria


18 Agosto 1941. Alle ore 15.30, montato su una motocicletta con l’amico Raffaele di Russa, fò il mio ingresso al Molo Pisacane. Nell’entrare mi sento chiamare per nome da una voce nota. È Peppino Passerella, fratello del capitano medico dott. Fabrizio, del mio reggimento ed imbarcato com me per l’A.S., cugino a me per parte di madre, che mi grida il suo saluto. Smonto dalla moto e mi avvicino a lui che trovasi col fratello e col suocero, sig. Ramando, il quale accompagna il figlio, dott. Antonio Rotundo, capitano medico, anch’egli in partenza per l’A.S. –
Scambi di saluti e frasi affettuose. Il capitano Rotundo si imbarcherà sulla nave “Esperia”. –
Noi, invece – e cioè il tenente i.g.s. Raffaele di Russa, mio fratello amico e compagno d’armi dall’inizio della guerra, il capitano medico Passerella (mio cugino, come detto) ed io – imbarchiamo sul “Neptunia”.
Nell’accomiatarci noto molta emotività nel padre del dott. Rotundo, il quale abbraccia più volte il figlio, dimostrando il suo rammarico perché non si faccia tutti il viaggio insieme. Lo stesso Rotundo nell’abbracciarmi mi ripete il suo disappunto per l’imbarco sull’”Esperia”. E forse un presentimento? Nell’allontanarci gli grido: “Arrivederci a Tripoli!” –
Entrammo in port. Sui pontili d’imbarco vi è un brulichio di militari. La nostra nave fa una bella impressione a Fefè ed a me. Al momento di salire sulla nave un altro graditissimo, inaspettato incontro rende ancora più lieto il mio anumo. Parte con me, sulla stessa nave, il mio carissimo amico d’infanzia, Bruno Mazzarelli, col quale o fatto parte dei corsi liceali e tuddi gli studi universitari. Egli è avvocato, sposo da poco, e parte volontario per l’A.S. –
All’imbarco S.E. il generale Rodi, comandante della 6 Armata, ed il generale Piazzoni, comandante della nostra Divisione motorizzata “Trieste”, che porgono il loro saluto. Vengono distribuiti a tutti piccole bandierine con i colori nazionali.

Alle ore 17,30, compiute le operazioni d’imbarco della truppa, saliamo definitivamente sulla nave. La cabina assegnata a me e all’amico Fefè e larga e spaziosa, con due lettini. Fefè mi fa notare che per i due oblò, situati preso il suo lettino, si può agevolmente uscire fuori, in caso di bisogno, per il tuffo. Nel provare se lo spessore dei nostri corpi ci consenta una rapida manovra di fuoriuscita, ci accorgiamo, con compiacimento, che presso i finestrini stessi pendono una scaletta di corda e una grossa fune.
Da informazioni avute il giorno precedente, in occasione della visita fatta dal colonnello comandante del nostro reggimento alla nave, accompagnato da me, la partenza dovrebbe effettuarsi verso le ore 5 del mattino successivo. Pertanto, la sera viene attesa da tutti con tranquilla sicurezza, perché il timore dei siluri è scongiurato per il momento, e anche la notte si può riposare in cabina.
Verso le ore 19,30 consumo un discreto pasto, in compagnia (allo stesso tavolinetto) degli amici Fefè e Bruno Mazzarelli.
Dalle ore 21 in poi, riposo in cabina. Ci stendiamo sui lettini, decisi a darci tutti in braccio a Morfeo. La scaletta di corda e la grossa fune sono la che pendono presso gli oblò, da noi lasciati aperti. Esse, per un leggiero venticello che smuove un po’ l’aria afosa del porto, oscillando, battono aritmicamente.

19 gosto. Mi sveglio di soprassalto. Il mio orologio da polso segna le 3 e 10 minuti. Con mia grande sorpresa mi accordo che la nave è in regolare e celere navigazione. –
Dove saremo a quest’ora? Da quanto tempo la nave si è mossa? – Certamente saremo già lontani dal sicuro porto di Napoli! – Val la pena di mettersi il salvagente e salire sopra coperta? –
Sveglio Fefè per consultarlo. Egli mi risponde con un muguglio che mi dà l’esatta sensazione che ne sa meno di me circa il punto dove ci troviamo e circa il da farsi. Quello che più conta, egli ha ancora più desiderio di me di dormire e, pertanto, mi decido a seguire il suo esempio. - - “Vivere pericolosamente!”: con questo monito mussoliniano lanciato a Fefè come buonanotte, riprendo pacificamente a dormire.
Alle 7, sveglia nella nostra cabina. – A mente lucida si riesamina il pericolo corso durante la notte, e dopo esserci dati scambievolmente dell’incosciente, si inizia con Fefè una lunga e tecnica discussione circa l’uso del salvagente e l’opportunità, in caso di allarme aereo o subacqueo, di restare o meno in cabina, e, soprattutto, circa il modo di portare con noi delle borse impermeabili il cui uso originale era per ghiaccio, e che erano state fornite a noi da mio fratello Vittorio, medico. Si stabilì che ci saremmo tuffati, in caso di necessità, indossando il calzoncino corto e la sahariana, in una tasca della quale avremmo messo la borsa contenente cognac, zucchero e biscotti.
Dopo aver consumato una piccola colazione composta di cafè e latte, con marmellata, tutti si sparpagliano sui vari punti della nave. Il mare è tranquillo. L’aria tersa e limpida consente un’ottima visibilità.
Il nostro convoglio è così costituito; “Esperia”, “Oceania”, Neptunia”, “Marco Polo”. Nei tre ultimi piroscafi sono imbarcati i militari del nostro reggimento, e precisamente sul “Neptunia” il Comando del Reggimento ed il I Battaglione; sull’”Oceania” il II Battaglione, e sul “Marco Polo” il III Battaglione.
Su tutti i piroscafi viaggia una forte aliquota di tedeschi. Verso le 10,30 scorgiamo in lontananza delle scie sull’acqua. Esse, in numero di tre, avanzano quasi parallelamente e fendono l’acqua a velocità moderata, dirigendo verso il nostro convoglio. La maggior parte degli spettatori, in un primo tempo, li scambia per delfini. L personale addetto alla rotta della nave non è però dello stesso parere. Viene infatti subito dal ponte di comando effettuata una complicata segnalazione con le apposite bandiere multicolori, che tradotte in parole informa: “Scie di siluri a babordo!”.

Quasi contemporaneamente notiamo una brusca, rapidissima virata della nostra nave, cui fa riscontro un analogo movimento della nave “Marco Polo”, che fende le acque quasi parallelamente al nostro “Neptunia”. Nel frattempo è stato dato l’allarme alle navi. Tutti assesta meglio al corpo il salvagente. Scorrono lentamente minuti di trepidazione. Dopo poco, però, viene dato il segnale di cessato allarme, L’abbiamo scampata bella! – Altro che delfini!
Il pericolo del tuffo comincia ad incombere su di noi come la spada di Democle. Sulla nave si cominciano i commento del caso. Tutti, naturalmente, giurano di essere stati i primi ad avvistare le pericolosissime scie, e parecchi anzi assumono di essere stati loro ad avvisare il personale di comando, e quindi si atteggiano ad indiretti salvatori della nave per aver evitato un siluro sicuramente. Sparito il pericolo, la cosa minaccia di volgere al comico.

Fra tutti, come sempre, si distingue per la sua calma veramente olimpica il nostro colonnello Cesare Fabozzi. Questa caratteristica e bella figura di soldato, che tiene in pugno il suo reggimento più col cuore che con la disciplina, merita di essere, se pur brevemente, tratteggiata in queste note di guerra.
Di figura gigantesca, pluridecorato, ferito di guerra, è tra i più noti comandanti di reggimento. Buon conoscitore di lingue estere, fuori servizio sempre parlava in dialetto napoletano, accompagnandosi con le caratteristiche mimiche dei partenopei al 100 per 100 come lui. è ottimista per natura; però crede molto nell’influenza della cosiddetta jettatura ed ai nostri giorni cosiddetti funesti. In tutte le situazioni ha rilevato sempre grande calma e altrettanto buon senso.
In occasione del presente viaggio, egli, come sempre, trae felici oroscopi da ogni evento esca dal consueto. Sin dal primo giorno in cui mise piede sulla nave “Neptunia”, di cui assume il comando del personale militare, ne trasse buon auspicio perché, per un ritardo nell’arrivo nel porto della nave “Esperia” proveniente da un cantiere dove era stata in riparazione per danni subiti in seguito ad attacchi aerei, la data della partenza del nostro convoglio era stata spostata dal giorno 17 al giorno 18 agosto. “Chella data portava jella!”, mi aveva confidato con il suo caratteristico sorriso molto aperto, ma subito, come al solito, vien seguito dalla non meno originale risata rumorosa ed a tratti ugualmente intervallati. Esternando la sua soddisfazione per l’opportuno spostamento di data, mi aveva si può dire trafusa la sua convinzione per il fato del reggimento – come era avvenuto nella compagnia al fronte occidentale alpino – continuerebbe ad essere molto benigno.
La giornata del 19 non trascorse però del tutto tranquilla: verso le ore 17, infatti, vi fu nuovo allarme. Due siluri erano stati lanciati contro la nave “marco Polo” del nostro convoglio, senza però colpire il bersaglio.
La sera, dopo cena, benché per i recenti pericoli corsi avremmo avuto motivo di ansietà, ci ritirammo a riposare in cabina, ma rimanemmo vestiti e col salvagente a portata di mano.

20 agosto Alle ore 10.20 una formidabile esplosione rompe la tranquillità delle acque. A breve distanza seguono altri due fortissimi scoppi. A nostra attenzione è tutta polarizzata sulla nave che fila alla nostra sinistra: è l’”Esperia”.
In seguito alla prima esplosione una violenta colonna d’acqua si alza verso il cielo, per un’altezza di venti metri d’acqua. La nave colpita sbanda sulla destra, continuando a fendere l’acqua. I caccia di scorta con brusche e rapide virate, hanno cercato di coprire il più possibile la insidiata rotta, accorrono tutti verso la bella nave colpita da ben tre siluri!
Da un caccia scorgiamo levarsi una fitta e densa colonna di fumo nero. Colpito anch’esso, sbanda ed affonda rapidamente: la sua agonia è di una brevità impressionante. I nostri occhi sono tutti rivelti all’”Esperia”. La visibilità, data l’ora, è perfetta. Dal cielo, con rapidissime picchiate, gli aerei danno tutto loro stessi per cooperare al salvataggio del personale della nave colpita, e soprattutto lanciando una vera pioggia di bombe di profondità ???, con violenta ed immediata reazione, di snidare e colpire nelle acque il sommergibile nemico.

Una fumata bianca, elevatosi dalle acque, ci da la sensazione che il sottomarino è stato anche lui colpito a morte.
Le acque sono coperte di nafta.

Non sono che passati pochissimi minuti. L’”Esperia, dopo si essersi piegata ancora di più sul lato destro, affonda rapidamente, senza risucchio, e scompare definitivamente dalla nostra vista.
Tutti si irrigidiscono, nel tragico momento, sull’”attenti”. Il segnale, fatto dare dalla tromba del comando della nave, trova già tutti i militari del reggimento immobili nell’estremo saluto alla bella nave scomparsa nelle acque, che porta con se tanti compagni d’armi.
Dal momento del primo scoppio, verificatosi alle ore 10,22, sono trascorsi solo otto minuti: alle 10,30 della nave “Esperia” non restavano che gruppi di naufraghi e dei rottami.
La nostra nave prosegue il suo cammino, non più scortata dai caccia, tutti accorsi sul luogo del naufragio per prestare la loro opera di soccorso. Siamo a pochissima distanza dalla costa tripolina: già si scorge l’agonata terra africana. In tutti i nostri cuori resta profonda commozione. Tutti restano muti, senza poter parlare, ai loro posti.
Il pericolo provabilissimo di un siluramento della nostra nave non sembra preoccupare chi, come noi, ha ancora davanti agli occhi la tragica visione della terribile fine della nostra “Esperia”.
Al mio fianco è mio cugino Fabrizio Passerella. Anche egli – come me – ha vissuto interamente la tragica fine della nave. Ci guardiamo a lungo negli occhi, e senza parlare abbiamo entrambi la stessa dolorosissima sensazione della tragica fine del nostro comune amico. Il dott. Antonio Rotundo, da noi salutato all’atto dell’imbarco sull’”Esperia”. Cerchiamo di frenare i moti del nostro cuore e ci lanciamo subito verso la rispettiva sede di adunata.
Io corro, con l’amico Raffaele di Russa che mi ha raggiunto, sul ponte di comando, dove, insieme al colonnello ad all’aiutante maggiore, capitano Borsi, restiamo fino all’arrivo a Tripoli.

Documento originale gentilmente concesso dal sig. Fabrizio Cao
 

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