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LA MARINA MERCANTILE ITALIANA
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di Achille Rastelli |
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Le navi rimaste fuori del Mediterraneo |
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Nell'agosto 1939, la Germania, per non aver fatto pervenire in tempo un avverti mento precauzionale alle proprie navi mercantili in navigazione in mari lontani, ave va perduto più di metà delle stesse, rimaste bloccate in porti neutrali, catturate da nemico o autoaffondate per evitare, appunto, la cattura. Nonostante questo precedente, il Governo italiano, nel giugno 1940 evitò di dare istruzioni accurate al proprio naviglio mercantile, probabilmente nell'illusione che i. conflitto si esaurisse rapidamente. Gli armatori e i capitani, da parte loro, nel desiderio di approfittare d'una situazione di noli estremamente favorevole, non presero precauzioni, neanche dopo il marzo 1940, quando l'entrata in guerra dell'Italia era ormai data per scontata da tutti. |
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Tale situazione fece sì che allo scoppio della guerra ben 256 navi si trovassero
fuori degli Stretti o in acque nemiche. La situazione, nella sua globalità, era la seguente:
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Fra le compagnie di navigazione più colpite, furono due società della Finmare, cioè della compagnia di Stato: 16 navi furono perdute dalla società Italia e ben 37 dal Lloyd Triestino, cioè quasi la meta della flotta sociale. Alcune di queste unita erano navi di notevole interesse militare e anche di notevole importanza, in particolare: il transatlantico Conte Grande, internato a Santos in Brasile nel giugno 1940, venne poi ceduto agli U.S.A., che il16 aprile 194210 trasformarono nel trasporto truppe Monticello; il transatlantico Principessa Maria, bloccato in Argentina; -parecchie navi di notevole valore, come la Leme, la Belvedere, la Cellina e la Fella; -le navi passeggeri Colombo, Nazario Sauro, Tripolitania, Conte Verde, Leonardo da Vinci, Conte Biancamano, Giuseppe Mazzini, Rodi e Gerusalemme; -le motonavi Remo, Romolo, Volpi, Sumatra, Ramb I, Ramb II e Ramb IV; -parecchie navi cisterna, rimaste bloccate nei porti del Venezuela e del Messico. |
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Dell'importanza di queste unita, basti ricordare che la Volpi e la Sumatra, bloccate a Puket Harbour (Thailandia), erano destinate a diventare, in caso di requisizione, incrociatori ausiliari. Oltre alle navi, ovviamente, erano rimasti bloccati anche migliaia di ufficiali e di marinai: quelli catturati in nazioni già in guerra vennero subito internati, altri furono liberi finché le nazioni in cui si trovavano entrarono in guerra; vennero internati, successivamente, come avvenne negli Stati Uniti. Le navi ferme negli U.S.A. erano state in un primo tempo prese in custodia dalla Coast Guard, in base allo Espionage Act del 1917. Il 28 agosto 1941 furono requisite con un'apposita legge del 6 giugno 1941, e riarmate nel dicembre 1941. Gli equipaggi sbarcati dalle varie unità requisite, vennero provvisoriamente rinchiusi nelle stazioni di immigrazione di New York, Philadelphia, Portiand, oppure, dove non esistevano queste stazioni, furono rinchiusi nelle carceri locali. " In seguito, la maggior parte venne internata nel canapo di Fort Missoula (Montana) o a Petersburg (Virginia). Il personale ritenuto - secondo le autorità americane - colpevole d'aver violato la legge guastando l'apparato motore o gli strumenti di navigazione, venne processato dalla Corte Federale, la quale emise verdetto di colpevolezza per tutti gli imputati, ed inflisse pene variabili tra gli uno e i tré anni, da scontarsi in una prigione del tipo "reformatory' '. R" I marittimi condannati furono circa 300, ma il costante interessamento della delegazione pontificia a Washington, nella persona di monsignor Egidio Vagnozzi, fece sì che anche gli italiani condannati potessero poi raggiungere il campo di Missoula, tra il luglio 1942 e il gennaio 1943. Alcune navi mercantili non si rassegnarono a subire passivamente la possibilità di essere internate o catturate e, cariche di merci utili alle necessità belliche del Paese, forzarono il blocco navale e riuscirono a raggiungere i porti atlantici della Francia, in mano ai tedeschi. Queste unità furono molte: la motonave Pietro Orseolo della S.I.D.A.R.M.A. e le motonavi Cortellazzo, Himalaya e Fusijama del Lloyd Triestino furono le più celebri, raggiungendo Bordeaux dal Giappone o superando - come fece la Pietro Orseolo - i controlli britannici per ben tre volte.
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Altre unità che riuscirono nel loro tentativo furono i piroscafi Clizia e Capo Lena dai porti atlantici spagnoli, i piroscafi Capo Alga, Burano, Todaro, Atlanta, Eugenio C. e Ida dalle Canarie, i piroscafi Prisco, Mombaldo, XXIV Maggio, Butterfly e Africana dal Brasile.
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Altre navi furono meno fortunate nel loro tentativo e vennero affondate: è il caso dei piroscafi Sangro ed Emani, della motocistema Franco Martelli e del piroscafo Stella, che venne catturato. Tutte le unità citate dovevano purtroppo perdersi nel corso del conflitto, o affondate in altri tentativi di forzare il blocco, o catturate dai tedeschi in seguito ai fatti armistiziali.
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