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Intervista Con il
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3a Parte |
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Perché decise di entrare in Accademia? Fu questa una decisione dettata dalla
tradizione di famiglia, o una scelta volontaria. |
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Mio padre era Ufficiale di Marina proveniente dai Sottufficiali semaforisti, non aveva frequentato l’Accademia. Aveva preso parte alla Prima Guerra Mondiale combattendo in trincea con il Battaglione San Marco e poi aveva proseguito la sua carriera sempre nei semafori. Da Sottufficiale anziano era stato il Capo Posto di alcuni semafori e mia mamma ed io, che formavamo la sua famiglia, lo abbiamo sempre seguito. In particolare, nel Semaforo di Anzio ho strascorso gli anni tra infanzia ed adolescenza avendo contatto quotidiano con l’ambiente dei marinai semaforisti e con l’attività operativa semaforica basata essenzialmente sul servizio di vigilanza costiera e di comunicazioni telegrafiche ed ottiche. Tutto ciò ha certamente lasciato in me un’impronta che, con il passare degli anni, si è trasformata in desiderio di entrare in Marina per la porta principale, cioè, presentandomi al Concorso per l’ammissione in Accademia. Quindi la mia scelta fu del tutto volontaria e l’unica “raccomandazione” che ricevetti da mi padre, fu quella di studiare, studiare, studiare. Desidero qui ricordare che mio padre, dopo il periodo semaforico, aveva partecipato come volontario sia alla guerra d’Abissinia (per circa due anni) sia, nel 1939, allo sbarco italiano in Albania ove, già Ufficiale, aveva organizzato ex novo la rete semaforica albanese. Dopo un breve periodo trascorso a Roma al Ministero della Marina, nel 1940, all’inizio della seconda Guerra, era tornato, sempre come volontario, in Albania ove rimase fino al marzo del ’43 quando fu rimpatriato per malattia contratta in servizio che, purtroppo, gli fu fatale. Ma torniamo
alle “raccomandazioni” di mio padre. Le seguii molto puntigliosamente dato
che la preparazione in Algebra, Geometria e Trigonometria fornita nei licei
classici era del tutto insufficiente per superare il fatidico Concorso. |
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Appena uscì
il Bando, presentai, anzi, i miei genitori presentarono (avendo 18 anni ero
minorenne dato che la maggiore età si raggiungeva a 21 anni) domanda di
ammissione al “Tirocinio Preliminare”. Superai una prima visita medica a
Napoli ed una molto più severa a Livorno e finalmente il 9 luglio del 1941
varcai per la prima volta il portone dell’Accademia ed ebbe inizio la mia
vita in Marina. |
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Il tirocinio durava circa tre mesi durante il quale si faceva la stessa vita degli allievi. Venivano re-insegnate Algebra, Geometria Trigonometria con lezioni quotidiane, esercitazioni ed interrogazioni. Veniva svolta un’intensa attività sportiva e marinaresca ed alla fine, dopo una serie di esami scritti ed orali che venivano integrati pesantemente dalla valutazione in “attitudine professionale”, si arrivava alla sospirata ammissione. Da evidenziare il fatto che, normalmente, nonostante il grandissimo numero di candidati, i posti messi a concorso non venivano coperti tutti. Questo sta ad indicare che la severità nella selezione non teneva conto della forte esigenza che c’era di giovani Ufficiali per rimpiazzare le numerosissime perdite causate dalla guerra. L’ammissione in Accademia, di cui le parlavo poc’anzi, non era però definitiva. Si poteva sempre essere dimessi, soprattutto nel primo anno di frequenza, per validi motivi, in maniera improvvisa e senza possibilità di appello. In quegli anni le famiglie degli allievi pagavano una retta mensile, una quota per il corredo che veniva distribuito nei tre anni di frequenza ed il rimborso per l’acquisto di eventuali medicinali, di materiale scolastico extra e per danni fatti (anche un piatto rotto!). Inoltre, perché l’allievo potesse andare in “franchigia” (libera uscita bisettimanale) la famiglia doveva alimentare un piccolo deposito in danaro che serviva per il “borsellino” di cui le parlerò in seguito. I limiti d’età per entrare in Accademia erano piuttosto ristretti. Però c’era un numero limitatissimo di posti ai quali potevano partecipare Sottufficiali in possesso di uno dei titoli di studio previsti per gli altri concorrenti ma per i quali il limite massimo d’età arrivava a 25 anni. Fu così che nel mio Corso furono ammessi due Secondi Capi, uno dei quali, che fu il più “anziano” d’età del Corso, si “beccò” il soprannome di “Nonno” (aveva 25 anni quando noi ne avevamo 18 o 19 !) e “Nonno” rimase per noi fino alla fine dei suoi giorni. Era un punto di riferimento molto importante per noi, era una roccia come quella delle Dolomiti dalla quali proveniva. La sua saggezza e la sua calma erano ottimi calmanti per le nostra ragazzate. Si, perché, tra quelle austere mura, con quella disciplina, eravamo ragazzi anche noi ed avevamo i nostri 18 – 19 anni. Il “Nonno” era sempre stato imbarcato sui sommergibili e, dai sommergibili, credo il Toti, dopo un anno di guerra, sbarcò per entrare con noi in Accademia. Mi perdoni
questa parentesi non attinente alle sue domande ma, nel tornare indietro nel
mio passato, si aprono tante finestre che mi è difficile richiudere
immediatamente. La prego di proseguire con le domande. |
| Si dice che la vita in
Accademia fosse alquanto dura; lunghe ore di studio, molta attività fisica e
l'incessante desiderio di finire i corsi così da poter partecipare alla
guerra. Queste sono mitologie o fatti? |
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Lei mi pone
una domanda alla quale dovrei dare, data la natura dell’intervista, una
risposta sintetica, ma anche qui si aprono tante finestre che fanno
riaffiorare fiumi di ricordi e mi fanno tornare a vivere gli anni
dell’Accademia con le stessa intensità e partecipazione di quando li ho
vissuti realmente, pertanto ho l’impressione che la mia risposta non sarà
breve. Non le parlerò dell’Accademia, ma della “mia” Accademia. |
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Dietro le elegantissime divise “ordinarie”, i rutilanti spadini dall’impugnatura di vera madreperla, si celava una vita considerata dura da chi era entrato in Accademia con scarsa convinzione ma che, invece, era accettata, anche se con inevitabili mugugni, da chi, come me, era entrato in Accademia con la ferma volontà di goderne a pieni polmoni gli aspetti più belli e di sopportarne con un po’ meno entusiasmo gli aspetti più rigidi. Tutto è relativo ! Il papà di un mio compagno di Corso, all’epoca Ammiraglio di Squadra, entrato in Accademia circa 40 anni prima di noi, considerava la “nostra” Accademia poco diversa da un educandato per signorine di buona famiglia. Mio figlio, entrato in Accademia circa 40 anni dopo di me, considera l’Accademia dei miei tempi allo stesso livello del carcere duro della Cajenna. In tutti i tempi, la disciplina ed il rigore applicati in Accademia sono stati commisurati al raggiungimento dell’obiettivo di trasformare giovani dalle provenienze sociali e scolastiche più disparate in uomini professionalmente preparati a svolgere i propri compiti a bordo delle navi ma soprattutto in uomini pronti ad assumere consapevolmente le proprie responsabilità. Una sola cosa non è mai cambiata in Accademia nei suoi oltre 120 anni di esistenza: l’inflessibilità di fronte alle mancanze di lealtà e di sincerità. Il provvedimento disciplinare che ne conseguiva e che ne consegue tuttora è sempre lo stesso: dimissioni immediate. Ma torniamo alla “mia” Accademia. Sveglia tutti i giorni alle 0530 tranne che la domenica, nella quale ci veniva concessa una mezz’ora di sonno in più. Si dormiva in dormitori da circa 60 allievi. 0530 – 0600 Pratiche mattinali. Disfare il letto. Piegare accuratamente coperte, lenzuola e pigiama (a rifarlo ci pensavano i “famigli”, personaggi dei quali le parlerò in seguito). Obbligatorio farsi la barba tutti i giorni; non erano ammesse deroghe nemmeno per chi, non avendo ancora completato lo sviluppo, non aveva cosa radersi. Durante le “pratiche mattinali” girava nei dormitori il Sottufficiale di guardia al quale ci si rivolgeva per “marcare visita” (cioè chiedere visita medica) oppure per mettersi a rapporto. “…il Signor … mi ha messo a rapporto per …” (in Marina gli Ufficiali inferiori sono sempre stati chiamati per cognome preceduto da “Signor”). Ed anche su questo le darò qualche ulteriore dettaglio in seguito. 0600 – 0630
Esercizi fisici in piazzale. |
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Veduta parziale di uno "Studio" |
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0630 – 0725 Studio. Tempo essenzialmente dedicato a ripassare le materie oggetto delle lezioni del giorno. La fatica peggiore, però, era quella di riuscire a tenere gli occhi aperti data la sorveglianza da parte di Ufficiali e Sottufficiali che non esitavano a “mettere a rapporto” chi era trovato a “sonnecchiare durante le ore di studio”. Del resto, abituarci a vincere il sonno non era una materia di studio, ma una dura materia d’insegnamento. A bordo, nelle interminabili sequenze di “quattro e quattro”, cioè quattro ore di guardia e quattro di riposo (si fa per dire), interrotte da allarmi, posti di combattimento e “cessa posto di combattimento, a murata sul posto” occorreva essere abituati a tenere gli occhi aperti o a sfruttare i primi 5 minuti disponibili per “recuperare” un po’ di sonno. Ma torniamo nuovamente alla “mia” Accademia. 0725 – 0730 Breve ricreazione. Ben cinque minuti! 0730 – Assemblea (cioè adunata in piazzale) per sezioni e, inquadrati ed a passo di corsa, a mensa per la prima colazione. Il rituale della mensa era sempre lo stesso. Si entrava a mensa a passo di corsa, ci si disponeva sull’attenti dietro la propria sedia (tavoli da circa 10 allievi). “Scopritevi”, “Seduti”. Al termine della refezione: “Ritti”, “Copritevi” ed inquadrati ed a passo di corsa si usciva dalla mensa. |
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Mensa allievi |
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0745 – 0800 Ricreazione. Gli allievi che avevano “marcato” visita, inquadrati, si recavano in Infermeria per la visita medica che avevano richiesto. Chi si era messo “a rapporto” si presentava nella Segreteria della propria Classe ed attendeva di essere chiamato dal Comandante del proprio Corso per ricevere la relativa ramanzina ma non la conseguente sanzione disciplinare. Questa verrà conosciuta solo durante l’Assemblea generale delle 1245 che descriverò in seguito. In questo stesso intervallo di tempo si ricorreva anche ai “rappezzini”, famigli che con la loro cassetta da lavoro sedevano nella galleria interna per piccoli rammendi al volo (bottoni, sottogola,etc). Alle 0800 Assemblea, ispezione
vestiario, capelli barba ed, a giorni alterni, o esercizi fisici alle
parallele ed alle funi (“bracciate”) oppure “posto di manovra” al brigantino
(interrato nel Piazzale, ma identico ad un vero brigantino, sia per velatura
che per manovre). |
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| 0830 – Inizio delle lezioni. Ogni classe (o Corso)
era suddiviso in sezioni di circa 30 allievi che svolgevano la propria
attività sia scolastica che atletica o militare come una normale classe
liceale. Le lezioni avevano la durata di 55 minuti. I 5 minuti successivi
servivano per spostarsi da un’aula all’altra o da un palazzo all’altro
dell’Accademia, sempre inquadrati ed a passo di corsa. A noi di Stato
Maggiore, nei tre anni di Corso normale, venivano insegnate le materie dei
primi due - tre anni della facoltà di Ingegneria. In più : Complementi
di Trigonometria, Navigazione piana, Navigazione astronomica, Munizionamento
d’artiglieria, Tiro navale, Balistica interna, Balistica esterna, Chimica
degli esplosivi, Armi subacquee, Architettura navale, Termodinamica,
Elettrotecnica degli impianti navali, Telecomunicazioni, Macchine,
Attrezzatura e manovra, Organica, Storia navale e….. per ora non
ricordo altro, ma l’elenco non è completo ! |
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Per tutte
le materie erano previste esercitazioni pratiche, interrogazioni, compiti e,
ovviamente, sia esami parziali a febbraio (colloqui) che esami finali a
giugno (per molte di esse sia orali che scritti). Il sabato pomeriggio, poi,
era dedicato ai compiti in classe, a rotazione, di navigazione piana, di
navigazione astronomica e quiz (“americane”) su altre materie
professionali. |
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Assemblea Generale per la lettura "dei compensi e dei castighi" |
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Finite le lezioni mattinali e riposti i libri nei propri “banchini”, alle 1245 “assemblea generale” dei tre Corsi in piazzale presieduta dal Comandante in 2° o dal Comandante in 3° dell’Accademia, con lettura dei “compensi e dei castighi” fatta dall’allievo “Brigadiere”, cioè dal capo Corso della Terza Classe (unico che con la divisa “ordinaria”, in luogo dello spadino, indossava la sciabola). E qui, chi era stato “a rapporto”, finalmente conosceva la sanzione disciplinare che si era “beccato”: uno, due, tre turni di consegna, uno, due o tre giorni di arresti semplici o altrettanti o più di arresti di rigore. In quest’ultimo caso, spesso, in forma ufficiosa, veniva consigliato all’allievo di dare le dimissioni. Al termine dell’assemblea, sempre a passo di corsa si andava a mensa mentre lo sparuto drappello dei puniti con arresti, al comando di un Sottufficiale addetto alle prigioni, dirigeva verso “Villa Miniati” (V. Nr 5 in Figura 7), pomposo nome affibbiato alla palazzina delle prigioni che per tanti anni era stata diretta da Capo Miniati. A mensa stessa cerimonia della colazione del mattino, ma con due varianti: - alle 1300 si ascoltava in posizione di “Attenti” il Bollettino di Guerra; - su ogni tavolo, in apposita cartella, si trovava la posta indirizzata ai componenti di quel tavolo. Ma ……la posta non poteva essere letta. Si poteva leggerla soltanto al “Rompete le righe” usciti dalla mensa. E siamo alle 1330 circa. Fino
alle 1425 Ricreazione. In questo periodo, tempo permettendo, si poteva
uscire a vela (Star, Jole olimpica, Beccaccini, Dinghy), andare in sala di
lettura, giocare a biliardo, fare degli accanitissimi tornei di “palla
racchia” (antesignano del “calcetto” attuale, con la variante che la palla
era costituita da calzini vecchi arrotolati) o, semplicemente, “pascolare”,
cioè passeggiare, prendere il sole, leggere la posta, fare due chiacchiere
con gli amici. E qui nascevano i “gruppi, formati da ex compagni di scuola,
compaesani, nuovi amici. Si consolidavano o si formavano quelle amicizie,
quei legami che, rinforzati poi da imbarchi comuni o vicinanze di ormeggio
in banchina, hanno superato gli anni, i decenni e le alterne vicissitudini
della vita e che, dopo oltre sessanta anni, ancora resistono. Anzi …… |
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Esercitazioni del corso del Comandante Romano nella
Seconda Classe (1942)
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Ma torniamo ancora una volta alla “mia” Accademia. Stavamo “pascolando”: chi a vela, chi al sole, chi in sala di lettura, chi a giocare a “palla racchia”. Alle 1425 : “Colpo”, cioè segnale di tromba che ci richiamava alla realtà del quotidiano. Due ore di attività intense previste dall’orario di ciascuna sezione: esercitazioni con gli assistenti dei professori di alcune materie universitarie, esercitazioni militari, attività sportive. A proposito delle attività sportive debbo qui chiarire che, per tutti, c’era l’obbligo di superamento dei “minimi” in un certo numero di discipline atletiche mentre, per chi entrava in Accademia con una propria esperienza agonistica, dopo superati i minimi, era previsto l’allenamento e successiva partecipazione e gare tra Corsi nella propria disciplina. Un discorso a parte va fatto per la piscina. Anche qui c’era l’obbligo di superamento dei minimi in nuoto di superficie, nuoto subacqueo (e relativi esercizi), tuffo da piattaforma di 5 metri. A quei tempi, le pinne e le maschere per il nuoto subacqueo non erano in commercio ed erano utilizzate soltanto dagli Arditi Incursori, quindi gli esercizi sott’acqua li facevamo in apnea e senza alcun ausilio. Erano essenzialmente orientati a farci prendere confidenza con l’acqua e quindi, in ultima analisi, a darci un minimo di possibilità di sopravvivenza in caso di naufragio. La piscina era considerata la peggiore delle attività sportive. Prima di tutto perché vi si moriva letteralmente di freddo (entravamo rosa ed uscivamo violacei), secondo: perché tutti, ripeto tutti, senza distinzione per chi sapesse o non sapesse nuotare, dovevamo fare a nuoto, senza limiti di tempo, due vasche regolamentari (100 metri) ed il tuffo dalla piattaforma di 5 metri. Per chi non sapeva nuotare, c’era sempre qualcuno addetto al “recupero”. Altra
attività … sportiva … che non accendeva i nostri entusiasmi era la voga su
“lancia a remi”. Da non suscitare l’invidia dei veri galeotti. |
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Esercitazioni di "lancia a remi" |
| Ma c’erano anche attività piacevoli: vela ,canottaggio,
scherma, calcio, rugby, tennis (queste ultime solo per chi aveva superato i
minimi atletici obbligatori), tiro con le armi, palombaro, esercitazioni di
“posto di manovra” al brigantino. In media una volta al mese, uscita in mare
a bordo di vecchi “cacafuoco” per esercitazioni di navigazione piana. Le
esercitazioni di navigazione astronomica, con osservazioni astrali mediante
sestante, … prevedevano un cerimoniale a parte: sveglia un’ora prima degli
altri per essere pronti alle osservazioni astronomiche al crepuscolo
mattinale ed aver concluso i relativi calcoli in tempo per partecipare
regolarmente con gli altri alle “pratiche mattinali”. Durante la guerra
furono sospese equitazione e judo. |
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Esercitazioni di "palombaro" |
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Ma riprendiamo il filo del discorso sulla nostra giornata. Alle 1625 : “Colpo”, cioè segnale di tromba per interrompere le attività pomeridiane. Breve ricreazione, poi “in riga” per la distribuzione del “panino”. Alle 1645 tutti a studio. Gli “studi” erano dei grandi ambienti che potevano ospitare, in banchini separati, tutti i componenti di un Corso. Nel nostro caso, circa 300 allievi. La sorveglianza a studio era strettissima. Sempre uno o due Ufficiali passeggiavano tra le file dei banchini e non c’erano alternative: con il pensiero si poteva navigare a bordo di navi o andare a spasso con la propria innamoratina, ma due cose erano imprescindibili: occhi aperti e libro aperto sotto gli occhi. Del resto non c’erano molte alternative: le interrogazioni, i compiti in classe, gli esercizi dati dagli insegnati ed, alla fine, gli esami, costringevano anche i più riottosi a non divagarsi troppo. Dimenticavo …. prima di essere lasciati “liberi” di studiare c’erano, alternativamente, esercitazioni di ricezione a lampi di luce od a cicalino. Ovviamente …. con correzione fiscale! Una volta alla settimana, per sezioni, interruzione dello studio di circa 20 minuti per andare a fare la doccia (sempre inquadrati e di corsa). Studio fino alle 1930 con una brevissima pausa alle 1730 per ..pipì e fumare una sigaretta (in quegli anni quasi tutti fumavamo. 1945 – Assemblea per la cena. Dopo cena ricreazione fino alle 2045: sala lettura, biliardo, canti (c’era anche un pianoforte e c’era sempre qualcuno che lo suonava), “pascolo” quasi sempre al chiuso perché a Livorno, tra libeccio e tramontana, di notte faceva proprio freddo. 2045 – Assemblea e, a passo di corsa anche sulle scale, si andava nei dormitori. 2100 – 2130 Pratiche serali ed alle 2130 tutti a nanna al suono del “silenzio”. Siccome era proibito avere orologi (allora gli orologi erano oggetti di un certo valore), l’unica nozione del tempo di notte era data dall’inesorabile rintocco dell’orologio della torre omonima. E quando, per caso, andando al bagno di notte, si sentivano rintoccare le 5 ….. brrrr, solo un’altra mezz’ora di sonno! Questa la giornata “standard”. |
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L'Allievo di Stato Maggiore Prima classe Salvatore Romano
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