Intervista Con il
Comandante
Salvatore Romano

di Cristiano D'Adamo

2a Parte

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Un recente film italiano, da poco disponibile negli Stati Uniti, descrive il giorno quale un momento di euforia collettiva. Crede che questa definizione sia esagerata?

Non ho visto il film di cui lei mi parla, perciò non posso valutare il livello di euforia descritto nel film. Una cosa è certa: l’euforia collettiva esistente a Piazza Venezia la sera del 10 giugno ’40 è abbondantemente documentata. Ma non può fare testo.

A Piazza Venezia c’eravamo, in gran parte, noi giovanissimi delle scuole, i Giovani Fascisti, cioè i giovani che avevano superato i 18 anni, gli Universitari (G.U.F.), gli attivisti dei Gruppi Rionali Fascisti ed un grandissimo numero di Militi e Camicie Nere, delle più disparate estrazioni sociali, ma tutti abbastanza giovani e, ovviamente, eccitati al pensiero della guerra contro le “odiate plutocrazie” che si sarebbe inevitabilmente conclusa con la nostra vittoria finale come la guerra d’Africa e quella di Spagna. “Una sola è la parola d’ordine:  Vincere … e vinceremo!”.

Ma fuori della Piazza erano in tanti a scuotere la testa con fortissimi dubbi su quanto ci avrebbe riservato il futuro. Le più dubbiose erano le persone che avevano vissuto le vicende della Prima Guerra Mondiale. Le riflessioni andavano dai sacrifici ai quali saremmo stati chiamati, ai lutti che avremmo subito, alle distruzioni, alla coscienza di non essere pronti per affrontare una guerra anche se, penso, nessuno in quel giorno – perché lei mi sta chiedendo notizie sull’euforia collettiva del 10 giugno – avesse un’idea di ciò che poi sarebbe effettivamente accaduto.


Prima pagina del Popolo d'Italia dell'11 giugno 1940

Le vittorie in Abissinia ed in Spagna e quelle della Germania di Hitler, esaltate al massimo dalla propaganda fascista, ci avevano inebriato ed inorgoglito e l’idea di “spezzare le reni” al nemico ci rendeva particolarmente euforici. Ma già nella notte tra il 10 e l’11 giugno, la presenza di aerei “nemici” sul cielo di Roma smorzò molti entusiasmi che, però, non si spensero del tutto e furono numerose le domande di richiamo volontario alle armi o di volontario trasferimento in zona d’operazioni.  Numerose “classi” di ogni arma furono richiamate obbligatoriamente o trattenute sotto le armi e gli italiani, euforici o meno, risposero all’appello, fecero il loro dovere, affrontarono sacrifici molto più pesanti di quanti non ne avessero inizialmente previsti, insomma ce la misero tutta. E se le cose andarono come sono andate, ora sappiamo di chi fu la responsabilità.

Probabilmente, durante i primi anni di guerra Lei era ancora uno studente; che cosa si ricorda dei bollettini di guerra o dei cinegiornali Luce. La radio era importante?

Rimasi tra i banchi della scuola fino al 31 maggio del 1941 quando, con un colpo di spugna, fu abolito l’esame di maturità e l’anno scolastico si concluse con un normale scrutinio come se si trattasse di una classe qualsiasi.

I miei ricordi di quell’epoca ?

Ogni giorno, alle 13, in tutte le aule veniva radiodiffuso il bollettino di guerra (che veniva chiamato “Comunicato Ufficiale”) che ascoltavamo in piedi.

Onestamente debbo dire che sentendo : “… un nostro sommergibile non è rientrato alla base”, noi giovani non ci rendevamo conto della tragedia militare, ma soprattutto di quella umana che si celava dietro quelle parole!

Quello che si sapeva della guerra era ciò che dicevano i comunicati ufficiali, qualche commento, sempre positivo, che compariva sui giornali e quello che veniva proiettato nei cinematografi, prima dei film, con i cinegiornali dell’Istituto LUCE. Questi però si riferivano sempre ad avvenimenti di qualche settimana prima ed immancabilmente trattavano successi delle nostre forze armate. La radio, oltre ai comunicati delle 13 ed ai giornali radio delle 13 e delle 20 trasmetteva soltanto musica di vario genere, qualche spettacolo di varietà, qualche commedia, qualche operetta. Tutto rigorosamente in diretta ed in genere dagli studi dell’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) di Via Asiago in Roma o da qualche altra grande città (Torino, Milano, Napoli, Palermo). Talvolta veniva trasmessa musica riprodotta (“…Trasmettiamo musica riprodotta..”). Alla sera veniva trasmesso un breve    “Commento ai fatti del giorno. Vi parla Politicus …” In questo momento non ricordo quale commentatore si nascondesse dietro questo pseudonimo. Ma erano commenti sempre positivi. Non esistevano assolutamente dibattiti politici.

Per la cronaca, il segnale che le stazioni si scambiavano quando si collegavano in rete, era il cinguettio di un uccellino, differente da stazione a stazione, che originò anche una nota canzone.

Ma torniamo ai bollettini di guerra, alle notizie sui giornali, insomma, alla diffusione delle notizie sull’andamento della guerra.

Non mi dilungo in commenti. Le mostro uno stralcio della Stampa di Torino del giorno 1 aprile 1941, cioè uscito tre giorni dopo la tragica notte di Capo Matapan. In questo stralcio è riportato il bollettino numero 297. Le mostro anche il programma delle radiotrasmissioni del 2 aprile pubblicato dal Corriere della Sera di Milano.


Selezionate il giornale per vederne il testo.

A lei le riflessioni sul loro contenuto. Tenga presente che le prime pagine dei giornali di quei giorni sono titolate a caratteri cubitali sulla visita del Primo Ministro Giapponese Matsuoka in Italia.

Null’altro si legge su Matapan oltre quello che le ho segnalato.

Le ricordo che in quegli anni la radio era un bene che pochissimi possedevano. Era indispensabile l’uso di un’antenna esterna (tipo dipolo). In qualche località particolarmente fortunata si poteva usare, come antenna alternativa, la rete del letto. Ma non sempre la ricezione era buona. Quindi i possessori di radio erano perfettamente identificabili.

Perché le sto dicendo questo ?

Perché, ad esempio, agli ebrei era stato vietato il possesso di radioricevitori. Li avevano lo stesso ma non potevano usare le vistose antenne esterne. Comunque i più fortunati tra gli italiani che possedevano radio “potenti”  (a 6 o 7 ”valvole”) riuscivano, anche con la sola rete del letto come antenna, a sintonizzarsi clandestinamente su Radio Londra (quella che aveva la sigla molto simile alle prime note della V Sinfonia di Beethoven)  e ricevevano qualche notizia …” vista dall’altra parte”. Queste notizie, ovviamente erano esagerate in senso contrario.

Continua alla 3a parte

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