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Battelli

R.Smg. Archimede Tomo II


Resoconto sull’interrogatorio del presunto solo sopravvissuto
dell’Archimede affondato il data 15 aprile 1943.

Ministero della Marina
Ufficio del Capo delle Operazioni Navali
Washington


Resoconto sull’interrogatorio del presunto solo sopravvissuto
dell’Archimede affondato il data 15 aprile 1943.


26 luglio, 1943
Indice

Capitoli

I. Introduzione
II. L’equipaggio dell’Archimede
III. Storia iniziale dell’Archimede
IV. Missioni di guerra da Massaua
V. Viaggio da Massaua a Bordeaux
VI. Ottava missione di guerra
VII. Nona missione di guerra
VIII. Decima missione di guerra
IX. Undicesima missione di guerra
X. Dodicesima ed ultima missione di guerra
XI. L’affondamento dell’Archimede
XII. Dettagli sull’Archimede
XIII. Altri sommergibili
XIV. Tattiche dei sommergibili
XV. Basi sommergibili
XVI. Navi rifornimento tedesche
XVII. Relazioni con i tedeschi
XVIII. Miscellanea


Lista dell’equipaggio dell’Archimede

Lista delle equipollenze della Marina Americana


Capitolo I. Note introduttorie

Il sommergibile italiano Archimede è stato affondato alle 16:25 del 15 aprile 1943 in [posizione] 03 23’ S., 30 28’ W da due apparecchi PBY-5° (83-P-5 e 83-P-12) della Marina Americana di base a Natal, Brasile. Dopo l’attacco, 30 o 40 sopravvissuti sono stati visti nell’acqua; the zattere di salvataggio furono gettate visino i sopravvissuti che furono visti salire a bordo. Ma, a detta dell’unico prigioniero di guerra dell’Archimede, solo due zattere furono equipaggiate, una con 13 sopravvissuti e l’altra con 6.

Evidentemente, il 29mo giorno dall’affondamento, una zattera con uno dei sopravvissuti andò ad arenarsi sull’Isola di Bailique vicino la costa occidentale del Rio delle Amazzoni. Il sopravvissuto fu trovato in delirio e molto debole dalla gente del posto che lo portarono alla vicina Isola di Brigue. Alcuni giorni dopo che il prigioniero si fu sufficientemente rimesso in salute, la gente del posto scoprì che era un italiano e membro dell’equipaggio dell’Archimede. Le autorità navali brasiliane in Belem furono avvisate della presenza del sopravvissuto. Il prigioniero arrivò a Belem il 6 giugno 1943 a bordo di una cannoniera brasiliana. Fu internato 'incommunicado' alla base navale Brasiliana da cui fu mandato negli Stati Uniti via aerea arrivando al centro delle interrogazioni il 27 giugno 1943.

Si fa notare che questo resoconto basato principalmente sulla storia di un sopravvissuto e che la sua accuratezza non può essere confermata. Sfortunatamente, nessun altro prigioniero di guerra italiano della Marina era disponibile per verificate la storia del solo sopravvissuto. Il prigioniero non apparve per nulla conscio della segretezza. In fatti era anti-fascista e odiava i tedeschi. Era Siciliano, 26enne, con solo tre anni di scuola elementare. Fu chiamato di leva nel 1938 ed era

Stato quattro anni nei sommergibili. Appariva d’intelligenza comune m ala sua memoria in riguardo a date e particolari tecnici del suo sommergibile erano limitate. Forse, a causa della sua ardua prova di ventinove giorni.

Sia il prigioniero che i resoconti dell’attacco aereo confermarono la distruzione certa dell’Archimede. Non c’è stato alcun successo nella ricerca di altri sopravvissuti e si crede che siano tutti morti a mare.

Capito II L’equipaggio dell’Archimede

A detta del prigioniero l’Archimede aveva un equipaggio di 60 tra ufficiali e comuni. Il comandante era il T.V Guido Saccardo un napoletano di 29 anni. Divenne ufficiale il 10 gennaio del 1936 e ricevette l’ultima promozione cinque anni dopo. Il suo primo comando fu una torpediniera. Fece servizio durante la Guerra Civile Spagnola. Dall’entrate dell’Italia in guerra a servito a bordo di cacciatorpediniere, l’ultima unità prima di farsi volontario per servizio a bordo di sommergibili fu il Lanciere che fu in seguito affondato. Su quest’unità era il comandante in seconda ed era anche l’ufficiale responsabile alle artiglierie. Ma, disse al prigioniero, che in Mediterraneo non aveva fatto altro se non scortare convogli e che era disgustato dall’inattività. Dopo un breve corso alla scuola sommergibilisti di Pola andò via terra a Bordeaux dove prese le consegna dal C.> Gianfranco Gazzana Priaroggia, un milanese, quale comandante dell’Archimede nell’agosto o settembre del 1942.
A detta del prigioniero, Saccardo era ufficiale gentile ed accomodante, e ben piaciuto dagli ufficiali e dall’equipaggio, ma c’era notevole frizione tra lui ed il T.V. Zuliani, il comandante in seconda.
Saccardo non aveva esperienza a bordo dei sommergibili, dava cattivi ordini soprattutto riguardanti il lancio dei siluri e le immersioni d’emergenza. Il prigioniero disse che in occasione dell’affondamento dell’Oronsay, durante l’undicesima missione, il comandante fu colpevole di far precipitare il sommergibile 40 metri ad un angolo di 45 gradi prima di riuscirne a riprenderne il controllo. Dopo, a quota periscopica, mancò il bersaglio con il primo siluro, allora Ziuliani prese il controllo lanciando gli altri quattro siluri. Saccardo era molto popolare con i suoi uomini perché era riuscito a far avere un rimborso al suo equipaggio per delle doppie razioni alla base di Bordeaux. Subito dopo l’affondamento dell’Archimede, incoraggiò i sopravvissuti e ti mantenne insieme. Appariva calmo e rassegnato alla sua sorte. L’affondamento, a detta del prigioniero, fu attribuito da Ziuliani alla giovinezza ed inesperienza del comandante.

Il comandante in seconda era il T.V. Zuliani di Padova. (Nota dell’O.N.I: la solo probabile scelta dalla lista della Marina italiana è Alberto Zuliani, sottotenente della riserva della Capitaneria di Porto, fatto ufficiale il 12 ottobre del 1939) Aveva raggiunto l’Archimede a Bordeaux prima dell’undicesima missione di guerra. Prima, era stato a bordo dei mini sommergibile in Mare Nero.
Era stato il supervisore di alcune delle esercitazioni dell’Archimede a largo di Bordeaux tra la penultima e l’ultima missione. Era il primo ufficiale di guardia. Il prigioniero ha dichiarato che Zuliani era molto impopolare con l’equipaggio, effemminato, critico e di cattivo umore. Voleva sempre che tre o quattro inservienti gli servissero il caffè, crema o brillantina per i capelli. Era il solo ufficiale che provò a imporre una disciplina ferrea con l’equipaggio. Dopo l’affondamento, mentre era in uno stato febbricitante, fu molto critico delle abilità del comandante Saccardo ed indicò che quest’ultimo era da considerarsi responsabile per il disastro.
Il direttore di macchine era Lorenzo Ferrari, Napoletano, 33enne. Era evidentemente molto capace e piaciuto. Quando fu dato l’ordine di abbandonare il battello, ritenne molti degli uomini dell’equipaggio da basso pistola alla mano dicendo ‘Se il battello affonda, noi affondiamo con lei’. A detta del prigioniero, la gran parte dei 35 uomini dell’equipaggio che non riuscirono ad abbandonate il sommergibile furono trattenuti da basso dal Ferrari.
L’ufficiale agli armamenti, il S.T.V. Tommaso Magagni, un genovese di 30 anni che, a detta degli annali italiani, era sulla lista degli [ufficiali] inattivi nel Novembre del 1940. Eveva servito della Guerra Civile Spagnola. Il prigioniero ha dichiarato che Magnai era stato ufficiale di navigazione nella Marina Mercantile e che era stato prescritto nel servizio sommergibili nella tarda estate del 1942. Aveva, di sua ammissione, nessuna conoscenza delle armi. In ogni modo, era l’ufficiale responsabile pei i vari addestramenti tra la penultima e l’ultima missione. Il prigioniero ha dichiarato che Magagni stava a braccia conserte vicino il cannone di prora durante l’attacco che portò all’affondamento. L’inefficienza del cannone prodiero durante quest’ attacco fu, a detta del prigioniero, causata dalla completa inesperienza del Magnani. Pare che abbia detto ‘spero che ci immergiamo presto e usciamo da questo casino’. Era popolare sia con gli ufficiali che con l’equipaggio.
Il S.T. Direzione Macchine Bruno Miani di Trieste, 28 enne, era il primo ufficiale di macchine. Era giovane e di poca esperienza; la sua prima missione fu anche l’ultima a bordo dell’Archimede. Il secondo ufficiale di Macchine era un altro giovane ufficiale anche lui a bordo solo dall’ultima missione – S.T. Direzione Macchine Boeschi di Trieste. Lui e gli altri the ufficiali di macchine erano ben piaciuti dall’equipaggio.
Il Guardiamarina (?) Greppi, Genovese, Guardiamarina Alicata, Palermitano, e Aspirante Sandri di Padova erano i tre ufficiali alla guardia. Anche loro si erano imbarcati solo dall’ultima missione. Alicata era stato trasferito dal Cagni appena prima dell’ultima missione.
Il prigioniero ha dichiarato che il suo battello ebbe cinque comandanti durante il suo servizio. Saccardo aveva rilevato dal T.V. Gazzana. (O.N.I. Nota: A detta della stampa italiana Gazzana era stato promosso a Capitano di Corvetta nel Maggio del 1943). Gazzana aveva completato due missioni su’’Archimede

La seconda e terza da Bordeaux. A detta del prigioniero, il solo successo durante queste due missioni fu il siluramento di un incrociatore statunitense della classe Pensacola e l’affondamento di un mercantile Statunitense di 6.000 tonnellate. Prima di raggiungere l’Archimede, Gazzana era andato alla scuola sommergibili di Danzica per un corso di tre mesi. Il prigioniero lo considera un buon ufficiale ed un buon comandante. La sua opinione ra condivisa da tutto l’equipaggio. Gazzana, un ex puggilista, faceva la box con il suo equipaggio e li prendeva a botte per gioco. Era permissivo con il personale efficiente ma duro con quelli senza spirito e imprecisi.
Mentre l’Archimede era in attesa di ordini per lasciare Massaua alla volta di Bordeaux, il C.C. Marino Salvatori arrivò in aereo da Roma 10 giorni prima del viaggio (vedi Capitolo V). Portò il battello con successo fino a Bordeaux e continuò al comando durante la prima missione di guerra dal porto francese nel settembre ed ottobre del 1941.
Dopodiché, rientrò a Roma, dove gli fu affidato un incarico a terra nel Mistero della marina. Il prigioniero ha dichiarato che Salvatori, era un conte e come tale riceveva doppia paga. La paga in più veniva condivisa con l’equipaggio. Salvatori era popolare con gli uomini ed un buon ufficiale di marina.
A detta del prigioniero, il T.V. Mario Signorini, il quale aveva preceduto Salvatori, non era qualificato e molto sotto media degli ufficiali di marina. Dopo aver terminato le prove a mare, Signorini assunse il comando dell’Archimede e navigò da Taranto a Massaua. Operando da questa base africana completò tre missioni in tempo di pace e sette missioni di guerra fino all’arrivo di Salvatori nel Marzo o Aprile del 1941.
L’onere di essere il primo ufficiale al comando dopo l’armamento dell’Archimede anò al C.C. Michele Asnasch, “un grassone veneziano”. Questi portò il battello attraverso le varie prove a mar ed anche un breve viaggio fino a Barcellona.

Era popolare, di buona natura e per la sua taglia molto agile. Era ritenuto molto a conoscenza dei sommergibili.
Il prigioniero era sicuro che il Capitano G.N. Bruno Varoli non fu mai a bordo dell’Archimede (O.N.I. Nota: Varoli è un prigioniero dal Tritone ed ha indicato che ha servito sotto Gazzana sull’Archimede durante la gran parte del 1942). Il Tenente G.N. Alfio di bella fece il viaggio da Massaua a Bordeaux quale copo macchine. Questi ora è il Capitano G.N. a bordo del Vespucci. Il S.T.V. Leo Masina di Bologna era stato l’ufficiale di navigazione dull’Archimede. Nel lungo viaggio fino a Bordeaux operò quale ufficiale in seconda sotto Salvatori. Nel gennaio del 1943, lasciò Bordeaux per un corso di addestramento di tre mesi alla scuola di Pola.
A detta del prigioniero c’era un buono spirito di famiglia a bordo dell’Archimede; gli ufficiali e l’equipaggio erano molto alla mano ad accezione dello Zuliani che cerò di imporre una ferrea disciplina. Nell’ultima missione, che includeva 25 nuovi uomini dell’equipaggio appena arrivati dalla scuola sommergibili di Pola. Il prigioniero ed altri 25 membri dell’equipaggio erano tutti veterani; ma di questi solo cinque o sei avevano completato il viaggio dall’Africa orientale alla Francia. Il prigioniero si lamentato che c’erano costantemente nuovi membri dell’equipaggio da addestrare sia a terra che a bordo.
Il solo sopravvissuto, Giuseppe Lococo, era un Sottocapo Nostromo che era stato chiamato alle armi nel 1938 ed era stato nei sommergibili sin dal quando aveva raggiunto l’Archimede nel gennaio del 1939. Questi ha descritto le sue mansioni quali quattro ore di guardia in torretta, il controllo del timone orizzontale in camera di manovra ed il caricamento del cannone di prora. Il prigioniero si riferì al suo battello come ‘una carcassa’. Parlando delle prove a mare, il prigioniero ha espresso il desiderio di non aver avuto l’onore di alzare la bandiera o ricevere una menzione.

Il prigioniero era molto sicuro che il sommergibile affondato non era il vecchio ‘Archimede’, 880 t., varato nel 1934 a Taranto. Quel battello, ha detto, era stato venduto alla Spagna nel 1936 (O.N.I. Nota: a detta dell’edizione del 1941 del ‘Jane’s Fighting Ships”, l’Archimede fu dato come perso. ONI-202 del febbraio 1943 lo indica come in servizio). Il prigioniero ha dichiarato che questo sommergibile era il ‘nuovo’ Archimede, 1.100 t., costruito dalla Cantiere Navale Franco Tosi di Taranto nel 1938. Lo scafo fu impostato nel 1938 e, dopo sette o otto mesi di costruzione, , fu varato nel 1938. Quando il prigioniero prese servizio nel gennaio del 1939, metà dell’equipaggio era già arrivata a Taranto. Entrò servizio alla metà di gennaio del 1939 e il prigioniero dice che ebbe l’onore di ansarne la bandiera. Il presidente della commissione prove a mare era il C.F. Remo Polacchini, il comandante in seconda della base di Taranto (O.N.I. Nota: fratello del ben conosciuto contrammiraglio Romolo Polacchini).
Le prove a mare furono condotte a largo di Taranto e consistettero in immersioni d’emergenza, salvataggi d’emergenza e lancio di siluri. Questi durò 20 giorni ed alcune riparazioni furono necessarie ai motori, pompe e valvole. C.C. Michele Asnasch prese il comando dell’Archimede alla consegna e rimase a bordo finché il T.V. Mario Signorelli per portalo da Taranto a Massaua. Fece un viaggio a Barcellona con gli ingegneri del cantiere a bordo e qui fecero prove per sette giorni. Dopo il ritorno a Taranto, altre riparazioni furono necessarie e durarono un mese.
Dopodiché, prove di lancio di siluri furono nuovamente fatte a largo del porto.
Prese carburante a bordo e provvisioni per il viaggio a Massaua, la sua base futura.

I cantieri mandarono a bordo uno specialista fino in Africa per continuare le prove fino alla fine del 1939 quando il battello fu ufficialmente consegnato alla Marina. Il battello andò da Taranto a Tobruk dove rimase due giorni. Poi proseguì per Port Said ivi rimanendo per un giorno. Arrivò senza incidenti a Massaia all’inizio dell’estate del 1939 dopo 15 giorni di navigazione da Taranto. La carena fu pulita in uno dei bacini galleggianti; questo ed altri lavori interni richiesero 20 giorni.
A Massaia si fecero esercitazioni per il lancio dei siluri, immersioni di emergenza e tiro con il cannone. In quel periodo [il battello] era in gradi di fare un’immersione d’emergenza alla profondità di 15 metri in 36 secondi; in seguito, in Atlantico, ci sarebbe voluti dai 56 ai 60 secondi per raggiungere la stessa profondità.
La prima missione da Massaia cominciò il 5 dicembre 1939. Usci con altri due o tre battelli, andò a Assab, ed a largo del porto condusse esercitazioni per cinque o sei giorni, in gran parte immersioni d’emergenza, per poi rientrare a Massaia.
La seconda missione da massaia avvenne nel gennaio del 1940. Salpò da Assab e condusse le stesse esercitazioni come prima. Fu di ritorno a Massaia in 15 giorni e l’equipaggio andò a terra per due mesi in un campo di riposo visino Asmara.
La terza ed ultima missione in tempo di pace avvenne nell’Aprile del 1940; [l’Archimede] visito Port Sudan dove l’equipaggio rimase due giorni. Dopo la missione di otto giorno ritornò a Massaia dove andò in bacino di carenaggio per lavori. Uno dei tubi lancia siluri faceva acqua e la cassa per immersioni d’emergenza che si era dimostrata inadeguata, fu sostituita. Il prigioniero ha detto che il canlo del mar Rosso era molto duro sul battello e che era necessario pulire la carena dopo ogni viaggio.

Capitolo IV Missioni di Guerra da Massaia
Quando l’Italia entrò in guerra nel giugno del 1940, c’erano due gruppi sommergibili a Massaia con i seguenti battelli”
1. Ferrarsi, Galilei, Archimede e Torricelli
2. Perla, Ma calle, Galvani e Guglielmotti.
Archimede completò sette missioni da Massaia tutte al comando del T.V. Signorini. Il prigioniero ha dichiarato che il C.C. Livio Piomarta non fu mai al comando dell’Archimede a Massaia. (O.N.I. Nota: Piomarta ha comandato l’Archimede per una delle missioni da Massaia a detta do uno dei sopravvissuti del Ferrarsi.
PRIMA MISSIONE DI GUERRA
La mattina del 10 giugno 1940, [l’Archimede] era alla boa a Massaia. Gli fu ordinato di partire immediatamente e di operate all’entrata meridionale del Canale di Suez per 40 giorni. Ma fu a mare solo 15 giorni quando furono avvistati ed attaccati da sei cacciatorpediniere. Rimase sommerso per 24 ore durante il lancio intermittente di cariche di profondità. Le tubazioni del liquido refrigerante erano rotte; il gas uccise sei uomini dell’equipaggio e temporaneamente fece impazzire gli altri ad eccezione degli ufficiali in camera di manovra i quali avevano chiuso le porte stagne. Inoltre i ventilatori la mantennero libera dai gas. Dopo che tutti i pericoli e ulteriori attacchi erano passati, gli ufficiali fecero emergere il battello e liberarono i compartimenti del gas. Il battello fece ritorno a Massaia dove l’equipaggio fu ospedalizzato per cinque mesi. Poi furono portati ad un campo di riposo ad Asmara per 15 giorni.
SECONDA MISSIONE DI GUERRA
Questa fu una missione di sette giorni giù nella zona da largo di Perim. Il battello

Lasciò Massaia il 20 dicembre del 1940. Il prigioniero ha dichiarato che ‘nulla fu avvistato e nulla accadde.

TERZA, QUARTA, QUINTA, SESTA E SETTIMA MISSIONE DI GUERRA
Ciascuna missione fu di routine e di cinque o sei giorni in durata. Nuovamente, il prigioniero ha dichiarato che ‘non fecero nulla’.

Capitolo V – VIAGGIO DA MASSAUA BORDEAUX

L’Archimede fu uno dei quattro sommergibili rimasti degli originali otto a Massaia quando cominciò il conflitto. Gi altri tre erano il Perla, Ferrarsi e Guglielmotti. A detta del prigioniero, il suo battello era alla banchina a Massau alle 04:00 del 2 o 3 aprile 191 quando fuoco nemico fu udito in avvicinamento al porto in direzione di Asmara.
Archimede al comando del C.C. Marino Salvatori e Guglielmotti, al comando del C.C. Guido Spadone comandati di partire immediatamente per Bordeaux. Il Perla era partito primo il 2 marzo, 1941, ed il Ferrarsi circa 20 giorni dopo. Prima di ordinare ai sommergibili di partire, l’ammiraglio comandante la base e Spadone, il comandante in seconda, avevano preso accordi per il rifornimento a mare. Il prigioniero ha dichiarato che dopo 5 o 6 giorni dopo aver lasciato Massaia sentì un programma radio da Roma che ammetteva l’entrata dei britannici a Massaia l’8 aprile del 1941 (O.N.I. Nota: le date del prigioniero non vanno d’accordo con quelle date da sorse d’informazione precedenti. A detta dei resoconti del Ferrarsi, i quattro sommergibili lasciarono Massaia il 3 marzo, 1941. Il Guglielmotti arrivò a Bordeaux il 5 maggio, 1941. Il Ferrarsi l’8 maggio, 1941, il Perla il 28 maggio, 1941. Il resoconto del Perla da indicazioni del suo arrivo il 20 maggio, 1941, un altro sommergibile arrivo il 6 maggio, 1941 ed ancora un altro l’11 maggio del 1941. Dalle notizie stampa and altre fonti, appare certo che alcuni dei quattro sommergibili da Massaia erano arrivati prima del 20 maggio, 1941 e tutti arrivarono a destinazione prima del 31 maggio del 1941)
Il prigioniero ha detto che il battello partì di così fretta che 12 membri dell’equipaggio furono lasciati a Massaia – un motorista, un silurista ed un elettricista. [Il battello] navigò con un equipaggio di 35 inclusi ufficiali e sottufficiali. C’erano

A bordo due passeggeri, un comandante della marina mercantile tedesca che parlava italiano per assistere con il rifornimento, ed un maresciallo nocchiere familiare con le acque tra Massaia e Bordeaux. Archimede e Guglielmotto navigarono insieme in superficie per molti giorni sommergendosi in Mar Rosso solamente una volta o due per livellare.
Poco dopo la loro partenza, incontrarono due convogli in direzione opposta. Passarono sotto il convoglio diretto a sud e non furono visti. Cominciarono [la navigazione] tra Rab el Mandeb alle 24:00 e completarono alle 04:00. A questo punto, i due sommergibili si separarono. Il prigioniero ha detto che l’Archimede passo a considerevole distanza dal Madacascar ma non sapeva se ad occidente o oriente dell’isola. Dopo un viaggio di 45 o 46 giorni arrivò ad un punto d’appuntamento 500 miglia a sud del Madacascar trovando il Guglielmotti in attesa mezzo sommerso ma senza segni della nave rifornitrice. (O.N.I. Nota: dati i 45 o 46 giorni di navigazione e considerando che solo 30 giorni dopo il rifornimento, a detta del prigioniero, ci vollero per arrivare a Bordeaux la posizione data dal prigioniero è improbabile. Questa potrebbe essere stata la posizione del secondo rifornimento del Perla il quale il 23 aprile , 1941 ormeggio a fianco di una petroliera tedesca in posizione 26 S 18 W) Dopo aver scambiato i messaggi di riconoscimento, i due sommergibili si avvicinano abbastanza per conversare. Archimede aveva in sostanza esaurito le provvigioni uno o due giorni prima ed aveva solo 30 t. di carburante rimaste. La capacità massima era di 200 t., ma all’inizio del suo lungo viaggio era stato in gradi di imbarcare solamente 100 t. Il comandante suggerì, scherzando, che con l’enorme quantità di carburante che avrebbero dovuto attentare un viaggio in Giappone.
Poco prima dell’arrivo della nave rifornitrice, arrivò anche il Ferrari

Allo stesso posto. Il prigioniero era sicuro che l’Archimede si rifornì primo, seguito dal Guglielmotti e dal Ferrarsi. Finì il rifornimento alle 24.00 del 18 o 19 maggio , 1941 ed immediatamente dopo continuò il viaggio. Trenta giorni dopo arrivarono a Le Verdon alle 09.00, un’ora dopo l’arrivo del Guglielmotto. Il Ferrarsi arrivò 10 giorni dopo; era stato duramente maltrattato da una tempesta nel Golfo di Biscaglia che aveva divelto il ponte di coperta posteriore. Il Perla arrivò a Bordeaux un mese dopo il battello del prigioniero.
Dopo il loro arrivo a Bordeaux, l’intero equipaggio fu ospedalizzato per un mese. Gli fu dato un mese di licenza più 4 giorni di permesso per il viaggio. In Italia l’equipaggio non fu favorevolmente impressionato dalla mancanza di attenzioni o ricevimenti che contrastò notevolmente con i benvenuti e la pubblicità che avevano ricevuto a Bordeaux. Il prigioniero ritornò al suo battello alla metà d’agosto del 1941. Dal suo arrivo all’inizio di settembre del 1941, i[il battello] fu in bacino n.2 per lavori e riparazione.

Charter VI. OTTAVA MISSIONE DI GUERRA
Con Salvatori ancora in comando, il 10 ottobre 1941 l’Archimede lasciò Bordeaux per una missione di 40 giorni pochi giorni prima del Ferrarsi. Entrambe i battelli avevano la stessa zona d’operazioni a largo di Gibilterra. [l’Archimede] era nelle vicinanze della zona dove il Ferrarsi fu affondato; arrivarono nel settore il 21 ottobre 1941. All’alba del 25 ottobre, 1941 avvistarono sei cacciatorpediniere nemiche. Immersero immediatamente e subito cominciarono ad udire il ‘ping’ dell’Asdic (Sonar) sullo scafo. I cacciatorpediniere lanciarono cariche di profondità dalle 08.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 21.00 Il prigioniero udì 66 cariche esplosive. Il paiolo di coperta fu completamente divelto, le luci fulminate, le casse nafta perdevano, le pompe fuori servizio, il vetro degli strumenti distrutto, i manometri fuori uso, e alcuni dei tubi lanciasiluri cominciarono a fare acqua. Meno che questo, il prigioniero ha detto, il battello sopravvisse gli attacchi molto bene. Continuò ad operare a circa 600 miglia ad ovest di Gibilterra. Prima dell’attacco aveva operato più vicino a Gibilterra e di notte, ma durante il giorno era rimasto a considerevole distanza. Ritornò senza altro incidenti a Bordeaux il 17 novembre, 1941 per due mesi di lavori. Fu portato nel bacino N. 1. L’equipaggio ricevette 22 giorni di permesso alla fine della quale metà dell’equipaggio fu mandato a Danzica per addestramento fino alla susseguente missione. Il resto dell’;equipaggio fu mandato ad un campo di riposo italiano vicino Bordeaux dove fecero esercizi di tiro e ricevettero addestramento per le loro specialità. Salvatori lasciò l’Archimede ed andò a Roma per un lavoro a terra. Il C.C. Giuseppe Cariddi, comandante in seconda della base, assunse responsabilità per il battello.

T.V. Gianfranco Bazzana Priaroggia, che era stato in precedenza comandante in seconda sotto il famoso Fecia di Cossato a bordo del Tazzoli, sostituì Caridi nel gennaio 1942. Il personale era tutto a bordo il 17 gennaio 1943. Gazzano portò l’Archimede fuori immediatamente per venti giorni. Cappellini e Finzi uscirono allo stesso tempo ma per un’altra zona d’operazioni. La missione del Bazzana era di dare informazioni alla Base di Bordeaux circa il traffico marittimo da Lisbona. Rimase sulla superficie a una distanza di sicurezza durante il giorni. La notte, si avvicinò alla costa a quota periscopica ad un punto dove le luci di terra erano visibili. Cinque o navi di bandiera Spagnola ed Argentina furono viste lasciare il porto. Il 6 febbraio, 1942 il battello rientra Bordeaux. Seguirono due mesi di lavori durante i quali il vecchio pezzo da 100.47 mm fu sostitutivo con un nuovo da 100.43 mm. Il prigioniero ha dichiarato che Gazzana e 25 degli uomini dell'equipaggio furono mandati a Danzica per addestramento mentre il battello era in riparazione.

Capito VIII. DECIMA MISSIONE DI GUERRA

Il prigioniero fu lasciato a terra per questa missione. Ha estimato la sua durata tra I quaranta ed I sessanta giorni. Crede che il battello ancora la comando di Gazzana lasciò Bordeaux nei primi di Maggio del 1943. Durante questo periodo il prigioniero ebbe un permesso di 15 giorni per visitare il padre a Palermo che era malato. Mentre era la, sentì sulla radio italiana la pretesa di Gazzana che con due colpi di siluro aveva colpito un incrociatore americano della classe Pensacola (O.N.I. Nota: nessun incrociatore di questa classe è mai stato in Atlantico durante questo periodo). Alla fine di maggio il prigioniero era nuovamente a Bordeaux, venti giorni dopo l’Archimede ritorno con un piccola bandiera ad indicare l’affondamento di una mercantile armato di 6.000 t. (O.N.I. Nota: a detta del bollettino di guerra italiano del 25 giugno 1942, questa nave fu affondata dopo l’incidente con la Pensacola). Il prigioniero ricevette informazioni dall’equipaggio circa i due siluri contro l’incrociatore americano. Gazzana non fu in grado di vedere il risultato perché fu immediatamente attaccato da cacciatorpediniere a protezione dell’incrociatore che lanciarono 29 cariche di profondità contro il sommergibile. L’apparato elettrico era stato seriamente danneggiato e c’erano stati anche altri danni interni. Questi richiesero oltre un mese di lavori. Gazzano lasciò l’Archimede nell’agosto del 1942. Il T.V. Guido Saccardo era arrivato da Napoli via terra per sostituirlo. Sarrardo era stato in precedenza in Mediterraneo su un cacciatorpediniere. L’equipaggio rimase a terra durante i lavori sull’Archimede.

Capito IX. DECIMA MISSIONE DI GUERRA

L’Archimede partì per una missione di 60 giorni circa l’11 settembre 1942 con Saccardo ancora in comando. La sua missione era di operare in un triangolo tra la zona a largo di Freetown descritta come: la base lungo l’equatore tra 13 W e 22 W, l’apice a 9 N, 18 W – I due lati tra l’apice e la base. Il prigioniero indicò che dopo avere lasciato le Verdon, il battello seguì una rtta fino a Capo Finistere e da Capo Finistere attraverso le Canarie fino alla zona [d’operazioni]. Prima di arrivare avvistò solamente due navi Spagnole. Dopo aver navigato in zona pr alcuni giorni, avvistò l’Oransay la mattina del 9 ottobre, 194. Saccardi lanciò il primo siluro e mancò. Zulian, l’ufficiale in seconda, assunse il comando e fece centro con il secondo siluro. Il prigioniero ha indicato che furono lanciati altri tre siluri, uno di loro da un silurista, Santalamazza, che eventualmente affondò la nave. Il silurista perse il suo diploma di silurista perché aveva lanciato prematuramente al comando del lancio (O.N.I. Nota: Oronsay era una nave mercantile (cargo e passeggeri) di 20,043 t. silurata senza preavviso alle 05.15 del 9 ottobre 1942 in una posizione stimata a 4 29N 20 58W Affondò alle 18.15 dopo aver ricevuto tre soluri). Il prigioniero ha dichiarato che questo battello con condusse nessun altra azione offensiva. Ritornò alla base tra l’11 ed il 20 novembre 1942. Furono necessari lavori in bacino. ‘equipaggio ricevette un permesso di un mese dopodiché alcuni ricevettero addestramento alle armi a un poligono fuori Bordeaux mente altri, incluso il prigioniero, addestrarono il nuovo personale a bordo dell’Archimede. Il prigioniero celebrò sia Natale sia l’anno nuovo in Bordeaux ubriacandosi.

Capito X. DODICESIMA ED ULTIMA MISSIONE DI GUERRA

All’inizio di questa missione fu marcata dall’arrivo di quattro nuovi giovani ufficiali e venticinque ‘novellini’ da Pola del quale livello di preparazione, il prigioniero aveva una pessima opinione. Il prigioniero ha dichiarato che prima di partire l;equipaggio fu benedetto e ricevette comunione dallo stesso prete che fu visto dal Ferraris all’inizio della sua ultima missione. Il prigioniero disse anche l’equipaggio aveva una premonizione sulla loro sorte e salutarono il prete dicendo; “ non ci vedremo più, andiamo a morire”. Con il Da Vinci, Bagnolini, l’Archimede lasciò Bordeaux il 14 febbraio, 1943 per una missione di quattro mesi. Il prigioniero ha dichiarato che il battello ebbe problemi ai motori prima di raggiungere Le Verdon e rientrò. Alle 05.00 del 15 febbraio, era nuovamente in partenza e lasciò nuovamente preceduto dalla pilotina di Le Verdon. Da qui, uno dragamine, a 100 metri di prora, con due cacciatorpediniere tedesche e aerei di copertura. Il dragamine fece esplodere due mine vicino l’estuario della Gironda La scorta lasciò l’Archimede dopo un giorno. Furono necessari sei giorni e notti per attraversare la zona pericolosa del Golfo di Biscaglia Durante questo periodo navigò in immersione dalle 08.00 alle 20.00 e dalle 20.00 alle 08.00 continuò in superficie. Venticinque giorni da Bordeaux, arrivò in zona d’oprazion. Questa è stata descritta come un triangolo: un lato 550 miglia da Pernambuco a St. Paul Rocks, il secondo lato 300 miglia in linea nordovest tra St. Paul Rocks, e la base era formata dalla giunzione dei due lati. Cinque o sei giorni prima dell’arrivo furono avvistate una nave argentina e due spagnole. Entrò in zona d’operazioni intorno al 12 marzo, 1943. Pattugliò la zona senza avvistare naviglio nemico. Alle 24.00 del 14 aprile, il prigioniero vide in pieno la luce del faro di San Fernando de Noronha. Continuarono in rotta per le St. Paul Rocks.

Mentre in perlustrazione, una perdita fu scoperta nel tubo lanciasiluri poppiero N. 7, il siluro fu rimosso ed il tubo allagato.

Capitolo XI. L’AFFONDAMENTO DELL’ARCHIMEDE

Il racconto del prigioniero varia, in vari aspetti, dal resoconto dell’azione aerea e quindi si consiglia di sommettere entrambe.

IL RESOCONTO DELL’AZIONE AEREA
Un sommergibile italiano fu avvistato alle 15.10 del 15 aprile 1943 dal PHY-5A della Marina Statunitense (83-P-5) dello squadrone VP-83 di base a Natal, Brasile. Le condizioni del tempo erano buone, la visibilità variava tra le 10 miglia fino ad illimitata ad una altitudine di 7.300 piedi. Il sommergibile era completamente in superficie a fu avvistato direttamente di prora ad una distanza di 8 miglia, direzione opposta, velocità 5-7 nodi. Il pilota mantenne direzione e quota fino a circa la poppa del sommergibile. A quel punto questi aprì il fuoco con la mitragliera. L’aereo girò a destra perdendo circa 1.000 piedi di quota. Il pilota decise di fare un bombardamento orizzontale (a livello) a circa 6.000 piedi lanciando dall’ala sinistra due bombe Mark-44 con accerini Mark-19. Il fuoco dal sommergibile non era cessato. Ad una quota di 6,000 piedi ed an un distanza di circa mezzo miglio, apparve che il sommergibile era in procinto di immergersi. L’aereo immediatamente andò in picchiata ad un angolo di circa 60 ed a 2.000 piedi lanciò tutte e quattro le bombe, incluse quelle dell’ala destra che erano equipaggiate con accerini idrostatici per 25 piedi.
Le bombe dell’ala sinistra furono viste esplodere vicino il lato destro del battello a circa 20 piedi a poppa della torre. Le bombe dell’ala destra esplosero a sinistra a circa 60 piedi a pria della torre. Il nemico continuò a far fuoco durante tutto l’attacco. L’acqua sollevata dalle esplosioni avvolse il sommergibile completamente. Quando l’acqua scese, il battello fu avvistato in superficie girando in circolo apparentemente inabile di girare a destra a con una lunga striscia di nafta. Fumo molto grigio usciva

Dal battello la prua usciva dall’acqua ad un angolo di 50. Dopo le esplosioni causate dalle bombe del secondo aerea il sommergibile si adagio gradualmente di poppa e la prua usci dall’acqua fino a che usciva ad un angolo di 50. Scivolò lentamente di poppa fino ad immergesi completamente. Affondò alle 16.25, circa 6 minuti dopo l’ultima esplosione. Una quantità considerevole di nafta apparve in superficie formando in semi circolo di 25 piedi per 200 piedi sopra il punto dell’affondamento. Una esplosione di bolle apparse e la prua sparì sotto. Non c’erano rottami ma circa 30 o 40 sopravvissuti in acqua un terzo dei quali pareva vestire giacche di salvataggio del tipo Kapok o apparati respiratori.
Il nemico scambio fuoco durante tutto il compatimento colpendo entrambe gli apparecchi. In fatti, l’armiere della mitragliatrice di poppa della torretta non cesso di far fuoco fino a che la torretta non scomparse sott’acqua. Il secondo aeroplano osservò molti colpi sulla e intorno la torre dalla mitragliatrice frontale. Quest’aeroplano completò due giri dopo l’affondamento e lanciò uno zatterotto per sette persone durante ciascun passaggio vicino I sopravvissuti. Anche il primo aeroplano fece un giro dopo l’affondamento per lanciare uno zatterotto per 7 vicino i sopravvissuti. Dopo il bombardamento iniziale il primo aeroplano rimase in zona per circa due ore. Alla fine delle operazioni, I sopravvissuti furono visti salire a bordo delle zattere che erano state lanciate. Un aeroplano cercò in vano I sopravvissuti il giorno seguente.
Il cannone prodiero e la mitragliatrice di prora da 37 mm furono inutili, ma una mitragliatrice da 50 mm sulla torre fu più accurata e fece tre centri su uno degli aerei. Il cannone prodiero potrebbe essere stato divelto dalle esplosioni.

LA VERSIONE DEL PRIGIONIERO

C’erano alcune nuvole e il sole era basso all’orizzonte

Quando apparse il primo aereo in attacco. Il prigioniero era nella camera lancia siluri prodiera alle 20.00 del 15 aprile quando sentì il comandante in seconda annunciare attraverso l’altoparlante “ aereo avvistato diretto di prora”. Immediatamente Saccardo ordinò di armare le armi e di chiudere le porte stagne. Il prigioniero corse al suo posto di combattimento al cannone prodiero. Magnani rimase in piedi li vicino, braccia conserte, e dando ordini ma sperando che l’ordine di immergersi arrivasse presto. Tutta la coperta era stata sorpresa che il primo aereo avesse sorvolato il battello senza lanciare bombe. Il sommergibile cominciò manovre di evasione ma non provò ad immergersi. Ad un punto di poppa, l’aereo torno indietro e sorvolò il battello. Lanciò due bombe, tutte e due mancarono il bersaglio, ma una cadde vicino il lato destro prodiero. La concussione fu terribile, I portelli interni ed esterni prodieri furono divelti dalle cerniere ed una montagna d’acqua coprì l’intero battello. Infatti, gran parte dei sopravvissuti erano malati a causa dell’acqua di mare che avevano ingerito durante l’esplosione.
A causa dei danni ai portelloni prodieri, l’Archimede non era in gradi di sommergersi. Le luci erano state distrutte e uno dei motori diesel si era fermato. Continuò in superfiecie in rotta d’evasione. Gli aeroplani, nel frattempo, continuarono a sorvolare a una certa distanza. Il prigioniero ha dichiarato che le armi non fecero fuoco durante l’attacco e neanche prima che il secondo aereo apparisse.
Improvvisamente, dalle nuvole a circa 1.000 metri di distanza, un secondo aereo apparve a fece un volo a bassa quota sopra il sommergibile. Lanciò due bombe che colpirono lo scafo a prua della torre. Una esplose attraverso il portellone di prua ed una vampata di fiamme esplose dal deposito carburante alla base del portellone. I quattro siluri armati nella camera prodiera.

Esplosero aprendo uno squarcio enorme nella carena resistente e il compartimento lanciasiluri prodiero rimase attaccato come un braccio rotto al resto del battello. Sprofondò di poppa sotto la superficie con la prua alta in aria. Il prigioniero fu colpito da molti frammenti metallici durante il secondo bombardamento. L’ufficiale alle macchine, pistola alla mano, mantenne molti del’’equipaggio da basso. Venticinque, inclusi il comandante, roiuscirono a buttarsi in mare lontano dal sommergibile in affondamento ma di questi sei affogarono a causa delle ferite o a causa della nafta in fiamme. La mitragliatrice di prora era diventata inutilizzabile durante il primo attacco, ma quella di poppa armata dal sottocapo motorista Votero continuò a far fuoco fino a che l’acqua raggiunse il suo collo. Fu ferito gravemente ad una delle gambe e morì poco dopo essere stato preso a bordo di uno degli zatterini. Il prigioniero si è lamentato che il primo aeroplano fece fuoco alla gente in acqua prima di lanciare lo zatterino.
Tre zatterini furono lanciati dagli aeroplani ma solo due raccolti. Il prigioniero nuotò circa 10 metri per raccoglierne uno. Li gonfiò, agganciò un’altro a remò verso gli altri sopravvissuti. Uno zatterino fu usato da 13 sopravvissuti, incluso il capitano, l’ufficiale in seconda, gli ufficiali (Creppi e Magnani) ed il prigioniero. Nell’altro c’erano sei marinai. I due zatterini, legati assieme, andarono alla deriva con gli occupanti troppo deboli per remare. Il prigioniero a dichiarato che a detta di Greppi stavano andando alla deriva verso le Antille. Un giorno dopo l’affondamento, così come il giorno appresso, furono avvistati aeroplani che volavano in circolo ad una certa distanza. Alcuni dei sopravvissuti si misero in piedi e fischiarono usando in fischietto delle zattere. In pratica, non avevano alcun indumento per fare segnali. Non furono mai avvistati. Il quinto giorno alla deriva, un piroscafo fu avvistato all’orizzonte ma nuovamente non ci fu nessun successo nel cercare di fare segnali. Di nuovo, il settimo giorno, un piroscafo

Che Saccardo credeva essere Argentino passò a circa 1.200 metri ed a circa 10 nodi. Pii Saccardo si trasferì a bordo dello zatterino con I sei uomini, prese in prestito due remi e comincio a remare in direzione della nave. Promise di far ritorno per gli altri dodici sopravvissuti se avessero avuto successo. Non si seppe più nulla del comandante e dei suoi compagni da allora in poi. Il prigioniero dubita che Saccardo fosse riuscito a raggiungere la nave. Lo zatterino del prigioniero continuò alla deriva ; I sopravvissuti, uno ad uno, ad eccezione del prigioniero morirono a causa delle ferite, le bruciature, fame, sete o per aver bevuto troppo acqua salata. Zuliani morì due o tre giorni prima del salvataggio del solo sopravvissuti. Solamente uno breve rovescio interruppe il calore del giorno. Il prigioniero si salvò per poco dopo I ventotto giorni alla deriva. Lo zatterino si rovesciò gettandolo in mare ma l’onda successiva ribalzò lo zatterino e lo gettò di nuovo dentro. Questo incidente fece ricordare al prigioniero che Ziuliani, prima di morire, gli aveva assicurato che lui sarebbe stato il solo sopravvissuto. Il ventinovesimo giorno dopo l’affondamento, lo zatterino si areno sulla spiaggia dell’Isola di Bailique vicino la costa occidentale dell’estuario del Rio delle Amazini. Il prigioniero fu trovato debole e in delirio da due pescatori brasiliani.

Capitolo XII, DETTAGLI SULL’ARCHIMEDE

STAZZA
A detta del prigioniero [era] 1.100 in superficie e 1.200 sommerso.
LUNGHEZZA
75 metri
LARGHEZZA DELLO SCAFO RESISTENTE AL MEZZO
4 metri
ALTEZZA DELLO SCAFO RSISTENTE
Tra I 4 e 5 metri
ALTEZZA DELLO SCAFO RESISTENTE E CASSE
Tra I 5 e I 6 metri
MASSIMA LARGHEZZA DELLO SCAFO RESISTENTE E CASSE LATERALI
Tra I 6 e I 7 metri
ALTEZZA DELLA CAMERA DI MANOVRA
2.65 metri
ALTEZZA DELLA TORRE
Tra I 2 e I 3 metri
LARGHEZZA DELLA PEDANA DELLA TORRE
Tra I 2 e I 3 metri
LUNGHEZZA DELLA PLATTAFORMA
5 metri

LARGHEZZA DEL PAIOLO DI COPERTA
3 metri
PESCAGGIO AL MEZZO
4 metri
PRORA
Rastrellata a curva in cima
TIPO
A detta del prigioniero Classe Archimede migliorata
INSIGNA
Al lato sinistro della torre, di colore grigio, uno dei membri dell’equipaggio aveva dipinto un delfino bianco.

PLANIMETRIA (DALL PRORA ALLA POPPA)
Camera lanciasiluti prodiera
Brandine per l’equipaggio
Paratia stagnia e camera di salvataggio
Compartimento Comunicazioni
Zona sott’ufficiali destra e sinistra
Cabina idrofonica – prora a destra
Divisorio di legno
Cabina del capitano
Zona ufficiali
Cabina radiofonica e bagno
Paratia stagna
Camera di manovra
Magazzino munizioni sotto il paiolo a poppa del periscopio
Paratia stgna
Camera Motori
Diesel
Paratia stgna

Compatimento servizi Ausiliari
Motori elettrici e mensa
Paratia stagna e camera di salvataggio
Camera lanciasiluri poppiera
Brandine per l’equipaggio.

I TUBI LANCIASILURI

Otto tubi da 21”, 4 a prora e 4 a poppa. I due tubi poppieri in alto erano numerati 1 (sinistra), 2 (destra); I due tubi in basso erano 3 9sinistra), 4 (destra). I tubi poppieri erano 5 (sinistra), 6 (destra); quelli in basso 7 (sinistra) e 8 (destra). I tubi erano controllati ogni 7 o 8 giorni per infiltrazioni d’acqua. Non c’erano casse “senza bolla”. Tutti I tubi erano carichi con siluri armati durante le missione di guerra.

SILURI

Portava 10 siluri da 533 mm Tipo Napoli, sei eletrici e 4 magnetici, e sei [siluri] d 450 mm tipo Fiume. Tutti I primi erano marchiati “Silurificio di Napoli”. C’erano otto siluri di riserva , quattro in cisquan compartimento sotto I paioli, due a destra e due a sinistra. Due Napoli elettrici e sei Fiume a poppa e 8 Napoli, inclusi due magnetici, a prua. La massima distanza dei Napoli era 8.000 metri, quella dei Fiume 6,000 metri. Alla fine della corsa massima esplodevano ed affondavano. I tipo Napoli erano lunghi sette metri con una carica di 250 kg di Trinotrotoluol mentre i Fiume erano lunghi sei metri con una carica di 150 kg. I siluri più piccoli erano usati solamente nei tubi lanciasiluri 3 e 4; per accomodarli, c’erano dei cerchioni. Questi erano descritti come anelli che pesavano 100 kg. connessi da quattro pezzi di legno ai quali erano attaccati sei costole di metallo.

Il tutto coperto da una protezione metallica di zinco. Questi anelli si rimuovevano e venivano puliti in coperta. Normalmente la profondità per I siluri era configurata a 4 metri, ma per I magnetici il Capitano configurava la profondità in base al pescaggio del bersaglio più uno o due metri per passare sotto la nave. I siluri magnetici esplodevano anche se passavano il bersaglio a 50 metri, ha dichiarato il prigioniero, a avrebbero causato danni allo scafo della nave.
Nelle ogive c’erano due accerini dello stesso tipo uno dietro l’altro; si azionavano contemporaneamente. Il prigioniero ha prima detto che il massimo angolo dei siluri era 90 ma poi ha cambiato [dicendo] 50. Il prigioniero ha visto la scia dei siluri molto chiaramente durante la notte a durante il giorno onde causate dalla scia dei siluri.
I quattro siluri magnetici tipo Napoli erano stati imbarcati a Bordeaux. Uno scudo magnetico era stato attaccato sopra ed all’ogiva. Un importante controllo veniva aggiustato al lato dello scudo prima del lancio.
Tutti I liquidi dei siluri venivano controllati ogni sei o sette giorni. Il prigioniero non ha masi visto o sentito parlate dei siluri S.I.C. (autoguidati). Nella camera di controllo a poppa del periscopio d’esplorazione c’era una centralina per il lancio automatico dei siluri con controlli per la velocità` e distanza del bersaglio e I le necessario angolazioni da applicare al siluro. Il meccanismo era operato direttamente dal comandante in seconda.

ARMI

Due cannoni da 100.43 mm, uno a poppa ed uno a prua della piattaforma sopraelevata. Due mitragliatrici calibro 36 mm Breda nella sezione poppiera della torre a livello del ponte. Ciascun’arma era [contenuta] in un contenitore stagno, uno a dritta e uno a sinistra, e l’involucro si estendeva per un metro dal pavimento. Le armi erano elevate da un pistone ad aria compressa. Questi

Avevano due o tre litri di glicerina nei cilindri e le valvole come protezione contro l’acqua. Le canne dei Breda estendevano per circa 2 metri e si proiettavano per più di mezzo metro sopra la torre. Questo potrebbe giustificare la dichiarazione nel resoconto dell’azione aerea che una mitragliatrice era istallata sulla sommità posteriore della torre. Due Breda dello stesso calibro erano mantenute di riserva nel magazzino. Ciascun’arma era capace di sparare 1,000 proiettili al minuto.
Quattro riservette stagne per le munizioni erano pronte all’uso e mantenute vicino il portellone della torre. Altre 16 casse erano mantenute in magazzino; ciascuna scatola conteneva otto nastri con 35 cartucce. Entrambe le armi erano sempre cariche. Il magazzino era sotto coperta sotto il paiolo della camera di manovra a poppa del periscopio vicino il portello; 250 colpi per I cannoni di coperta era anche loro stivati in quel posto. Le munizioni salivano attraverso un elevatore sulla coperta.

MOTORI

Due diesel della Tosi; sei cilindri, 1,500 c.v., 350 giri. Massima velocità: 18 nodi quando lasciò il cantiere, 17 nodi nel mar Rosso, e 16 nodi in Atlantico.

MOTORI ELETTRICI

Due Tosi d 500 c.v. massima velocità: 8 nodi sulla superficie e sei in immersione. La velocità stabilita dai cantieri in immersione era di 8 nodi, ma nel mar Rosso fu ridotta a sette e mezzo, e in Atlantico a sei.

BATTERIE

Due banchi di 45 batterie ciascuna, una sotto in quadrato sottufficiali ed una sotto il quadrato ufficiali. Con un generatore a 250 giri, le batterie si ricaricavano completamente in sei ore. Le batterie erano del tipo ad acido e non causarono mail alcun problema. Il prigioniero non aveva mai sentito parlare delle batterie alcaline al nichelio-ferro.

CASSE

Quattro casse ciascuna della capacità di 50 t., due a destra e due a sinistra, prima e dopo delle casse di compensazione laterali.
La sezione prodiera, sotto il paiolo, conteneva una cassa per il lubrificante di 8 t.
Le casse d’immersione erano sotto la camera di manovra e della capacità di 17 t. Questa era una nuova cassa istallata a Bordeaux nel 1941 ed aveva sostituito una precedente della capacità di 10 t.
Due casse di compensazione, una a poppa ed una a prua della cassa d’immersione. Una cassa prodiera ed una poppiera per il livellamento longitudinale. Capacità di tutte le casse 103 t.
Una cassa acqua fresca della capacità di 22 t. situata a prua della cassa di compensazione delle casse nafta prodiere.

COMPRESSORI ARIA
Due San Giorgio che alla pressione di esercizio generavano 200 l. all’ora uno del compartimento lanciasiluri prodiero e uno in quello poppiero.
POMPE ASSETTO
Le pompe, elettriche, erano istallate sotto la camera di manovra. L’indicatore di livello era nel pannello prodiero della camera di manovra. Sul lato sinistro erano istallati due manometri al mercurio per la lettura dell’assetto

Di prua e di poppa. Una manopola veniva tirata prima della lettura dell’assetto.

TIMONI
I timoni orizzontali erano elettrici ed operati da leve a destra della camera di manovra. Il timone verticale era anch’esso elettrico e sul lato sinistro della torre. I timoni d’emergenza manuale era sul lato destro del compartimento lanciasiluri poppiero.
RADIO
La radio a onde corte (ricevitore-trasmettittore) era di fabbricazione italiana e situata in una cabina sul laro sinistro della sala comunicazioni. L’accesso era vietato a tutto il personale ad eccezione dell’operatore radio e gli ufficiali. Il ricevitore aveva un raggio di 3-4.000 miglia. Operava ad una frequenza di 4 metri per Betasom (Bordeaux) e 3 metri per Roma.
Turni di guardi: dalle 04.00 alle 08.00 per Roma, dalle 20.00 alle 24.00 per Betasom. La guardia era mantenuta continuamente; ciascun operatore era di servizio per 4 ore e di riposo per altre 4 ore.
RADIOGONIOMETRO
Di fabbricazione italiana. Funzionava molto bene.
RADAR
Non equipaggiato. Ma il prigioniero aveva sentito che al ritorno dall’ultima missione, sarebbe stato installato un apparecchio tedesco.
IDROFONI
Un apparecchio San Giorgio in una cabina nella parte destra della sala comunicazioni. Aveva un raggio di 3-4.000 metri e funzionava bene. Sottocapo R.T. Vicentini, Sottocapo R.T. Calasso e R.T. Scelto Sladizari

Coprivano I vari turni.
ASDIC
L’apparecchio Spada era stato istallato durante il periodo prima della guerra. Era troppo rumoroso durante le missioni di guerra e fu rimosso nel 1942/
ECOSCANDAGLIO
Un apparato elettrico della Pirelli, istallato vicino il portello della camera di manovra. Aveva un raggio di 250 metri di profondità. Se ne occupava uno degli operatori radio.
PROFONDIMETRI
Uno piccolo con tacche da 1 a 30 metri. Uno largo con tacche da 5 a 150 metri.
PERISCOPI
Due periscopi, uno a prua d’attacco, l’altro a poppa per l’osservazione. Il periscopio d’attacco era operato dalla torre; il comandante aveva una sella istallata sul periscopio. Il periscopio d’osservazione era usato nella camera di manovra senza I benefici ed il conforto della sella. Il periscopio d’attacco poteva essere elevato vari metr vari metri più dell’altro. Il motore per l’elevazione ed il ritiro dei periscopi aveva un pignone che guidava una cremagliera sugli assali. La profondità per il periscopio d’attacco era 11 metri.
SISTEMA DI INTERCOMUNICAZIONE
Un microfono istallato vicino il sedile del comandante al periscopio d’attacco, ed un altro nella piattaforma della torre. Attraverso gli altoparlanti, questi potevano essere ben sentiti in tutti I compartimenti del battello ad eccezione della sala macchine.

COMUCAZIONI SOTT’ACQUA
Comunicazioni con altri sommergibili era difficile probabilmente perchè gli operatori non erano pratici e l’equipaggiamento inadeguato. Intercomunicazioni avvenivano a mezzo di onde corte ad una certa frequenza non di conoscenza al prigioniero.
SFOGHI E CONDORRE ARIA
L’aria esterna era ammessa alla pressione marina nelle casse. Queste erano svuotate a mezzo di pompe elettriche. Le valevole connesse alle pompe erano nella parte anteriore della camera di manovra, sia destra che sinistra.
PORTELLI
Tre portelli, uno tra il compatimento prodiero siluri e la sala comunicazioni, il secondo nella camera di manovra poppa del periscopio ed il terzo tra la sala ausiliaria ed il compartimento siluri poppiero. I portelloni poppieri e di prua erano equipaggiato con camere per l’evacuazione. Nella sezione del portello prodiero, sotto il paiolo, erano mantenute le provvisioni. Nella stessa sezione era usata per lo stivaggio del lubrificante. La camera di decompressione per il sistema di salvataggio era stata rimossa prima delle missioni in Atlantico. Il portello della camera di manovra dava nella torre a poppa del periscopio vicino i sedili del comandante e timoniere. Da qui, una scala portava alla piattaforma della torre.
VARIE
Durante le prove a mare, il battello raggiunse I 150 metri senza difficoltà o perdite. Nell’ottobre del 1942, quando sottoposto a bombardamento a largo di Gibilterra, il battello rimase con successo alla profondità di 140-150 metri per varie ore.

Le lamiere dello scafo erano dello spessore di 50 mm e le paratie dello scafo esterno dello stesso spessore.
All’arrivo a Bordeaux da Massaua, la parte prodiera della torre fu rimossa e la carenatura della parte prodiera della torre fu curvata come sui sommergibili tedeschi. La rimanente parte prodiera fu aperta al cielo e qui c’erano I due cilindri che contenevano le mitragliatrici Breda. La scal fu rimossa dal centro dello torre e sostituita con una a dritta ed una a sinistra sul lato della torre.
Il prigioniero ha riconosciuto i disegni della classe Archimede nell’ONI – 202 e ha dichiarato che il suo battello era simile. Differiva dal suo battello perchè le aperture sopra le casse laterali cosi come le aperture sotto il ponte di calpestio. Il suo battello aveva solamente quest’ultime aperture.
Dal montante dell’antenna prodiera (due metri d’altezza) si estendevano due fili a lato destro e sinistro della torre, e da qui al montante dell’antenna che terminava a poppa.
Un taglia maglie era montato a prua dalla chiglia ad un montante sul ponte di coperta.
Il prigioniero ha insisto che tutto l’equipaggiamento elettrico sul suo battello era di produzione italiana. Ma ha ammesso che I binocoli per la guardi erano tedeschi ed erano eccellenti. Avevano sostituito quelli italiani che erano buoni solo ‘per andare a teatro’.

Capitolo XIII. ALTRI SOMMERGIBILI

I. Disposizione della Flottiglia Sommergibili italiani di base a Bordeax (as 15 febbraio, 1943).

Archimde, Bagnolini e Da Vinci avevano lasciato Bordeaux il 14 febbraio, 1943 ma l’Archimdede ebbe problemi con I motori elettrici e tornò a Bordeaux, partendo il giorno susseguente per la sua ultima missione. Tutti e tre erano destinato a differenti zone d’operazione per missioni di 4 mesi.
Barbarigo era nel bacino più grandi, N 1, Bacino 1.
Cagni era arrivato a Bordeaux nei primi di Febbraio del 19433 per una missione di 4 mesi in orient. Ormeggiato al molo al lato sud del Bacino 1.
Cappellini aveva lasciato Bordeaux intorno al 15 gennaio, 1943 per una missione di 60 giorni.
Finzi era ormeggiato al molo a sud del Bacino 1.
Giuliani era nel bacino di carenaggio più piccolo nel 1 bacino.
Tazzoli era ormeggiato al molo a sud del Bacino 1
Torelli era ormeggiato in fronte della mensa navale al lato nord del primo bacino in attesa di entrare il secondo bacino di carenaggio.

II. Vari sommergibili e comandanti
Bagnoli aveva un nuovo comandante, un T.V., nel febbraio 1943 ma il prigioniero non si ricorda il nome
Barbarigo aveva una capacità massima di crociera di 50-60 giorni. Il comandante nel febbraio del 1943 era il T.V. Roberto Rigoli.
Cagni aveva due comandanti per la missione di 4 mesi in oriente. C.F. Carlo Liannazza e C.C. Giuseppe Rosselli.

Lorenzini. Quest’ultimo assunse il comando all’arrivo a Bordeaux nel febbraio del 1943; Liannazza tornò via terra in Italia. Durante questa missione affondarono solamente un mercantile. Aveva lasciato Taranto nei primi d’ottobre del 1942; il prigioniero non credeva che avesse trasportato alcun cargo. Era andato in un porto Giapponese. Il prigioniero ha dichiarato senza alcuna prova, che un mese dopo era di ritorno a Bordeaux. La sua velocità massima era di 22 nodi. Portava 32 siluri ed aveva 16 lanciasiluri, 10 a prua e 4 a poppa.
Cappellini aveva ricevuto un nuovo comandante, T.V. (nome sconosciuto), per la crociera del gennaio 1943. Il prigioniero aveva sentito a Bordeaux che il comandante precedente, C.C. Salvatore Todaro, era stato ucciso in Mediterraneo.
Da Vinci aveva completato due missioni al comando del T.C. Gianfranco Gazzana da quando questi aveva lasciato l’Archimede nell’agosto del 1942. Durante l prima missione portò il Da Vinci a La Pallice per prove di lancio e ricovero di un mini sommergibile. Le prove fallirono perchè l’antenna del Da Vinci e la torre furono danneggiate varie volte. Così l’impresa fu abbandonata dopo vari giorni. Il cannone prodiero era stato rimosso per le prove, e partì per una missione di 4 mesi senza questo cannone. Al ritorni in dicembre 1942, gennaio 1943, Gazzana fu accreditato con l’affondamento di sei mercantili. L’equipaggio ricevette un permesso di 40 giorni.
Ferraris, il prigioniero aveva udito, aveva affondato un mercantile ed un cacciatorpediniere nel dicembre del 1940.
Finzi era comandato dal C.C. Antonio di Giacomo nel febbraio del 1943. Aveva una capacità massima di 4 mesi.
Giuliani era a Gothenhafen durante il 1941 e parte del 1942 pr scuola

Sommergibilisti per il personale italiano. Durante un attacco aereo nel Golfo di Biscaglia nel settembre del 1942, la gola del comandante fu severamente lacerata da un frammento e l’ufficiale in seconda dovette assumere il comando. Cercò rifugio a Santader, per poi scappare e tornare a Bordeaux. Usci nel dicembre del 1942 per una missione di 60 giorni affondando solamente una nave e tornando nel febbraio del 1943.
Tazzoli con il C.F. Carlo Fecia di Cossato arrivò a Bordeaux nei primi di febbraio del 1943 dopo una missione di 4 mesi durante la quale aveva affondato 4 mercantili. All’inizio della missione, aveva abbattuto un aeroplano del Golfo di Biscaglia. La capacità massima di crociera era di 4 mesi.
Torelli era comandato dal C.C. (nome sconosciuto al prigioniero) nel febbraio del 1943. Venti giorni prima dell’azione del Giuliani era stato compito da una bomba d;aereo durante il ritorno a Bordeaux. Durante l’attacco era sceso ad una profondità di 180 metri e detta dell’equipaggio. A Bordeaux, una bomba inesplosa fu rimossa da sotto il ponte di calpestio.

III Pendenti dei Sommergibili

Barbarigo: un teschio con ossa incrociate come quello su vari sommergibili tedeschi dipinto sul lato sinistro della torre. A detta del prigioniero questo simbolo fu adottato dopo il tanto pubblicizzato affondamento delle navi da attaglia americane.
Cappellini: un uomo con un mantello da cavaliere con una spada nella mano destra e attraverso il petto sulla spalla sinistra dipinto sul lato sinistro della torre.
Tazzoli: una margherita dipinta sul lato sinistro della torre. Il prigioniero dice che ha visto otto U-Boat tedeschi a La Pallice

Tutti con il teschio e le ossa incrociate sulla torre.
(O.N.I. Note: lU-576 e l’U-752 si sa portano questa insigna.

Capitolo XIV. TATTICA SOMMERGIBILI

Il portello di prua e di poppa dei sommergibili italiani sono mantenuti chiusi durante le missioni in Atlantico. La base italiana di Bordeaux opera a largo di Fernando de Noronha, Recife, Bahia e Freetown. Le missione in Atlantico durante il 1942 hanno variato dai 20 ai 60 giorni. Ma, dalla fine del 1942, sono usualmente di 4 mesi in durata. . Durante il 1942 I viaggi a Le Verdon attraverso il Golfo di Biscaglia era fatti interamente in superficie giorno e notte. Ma, nel 1943, è diventato un viaggio rischioso di 7 giorni incluso il primo giorno con la scota dei cacciatorpediniere e aeroplani. Gli aerei inglesi coprivano il golfo come “come un ombrello” così è comunemente detto “il cimitero dei sommergibili”. Il viaggio si fa in immersione dalle 08.00 alle 20.00 e in superficie dalle 20.00 alle 08.00.
Sull’Archimede glia ufficiali erano di guardi per quattro ore e di riposo per 12. Gli ufficiali avevano un sedile tra I due periscopi sulla piattaforma della torre. L’equipaggio era di guardia per quattro ore; a ciascuno dei quattro comuni di guardia era assegnato un quarto (90 gradi).
Il prigioniero ha detto che durante gli ultimi sei mesi a Bordeaux I sommergibili stavano imbarcando quattro siluri magnetici del tipo Napoli.

Capitolo XV. Le BASI SOMMERGIBILI

BORDEAUX
Quando il prigioniero è arrivato a Bordeaux nel giugno del 1941 c’erano 12 sommergibili italiani, inclusi I quattro dall’Africa Orientale. Tredici furono in seguito affondati e diciannove ritornarono alle basi in Mediterraneo. Nell’ottobre del 1941 c’erano 20 sommergibili italiani in questa base. In aprile del 1942 ne rimanevano solo 10; Archimede, Tazzoli, Barbarigo, Da Vinci, Cappellini, Finzi, Bagnolini, Giuliani, Torelli e Cagni. Questi usavano il bacino numero 1.
Il prigioniero dice che non c’erano U-Boat tedeschi di base a Bordeaux dal giugno del 1941 al febraio del 1943. Poco dopo il 15 febbraio, 1943 sono arrivati due U-Boat tedeschi di 800 t., ha detto, che sono andati al bacino N.2 per lavori.
Dietro il molo del Bacino N.1 c’erano le officine solo per gli italiani. Le officine tedesche erano lungo il bacino N.2. C’erano due caserme per gli operai tedeschi al lato nord del Bacino N.2.
Nel dicembre del 1942 l’apparato per la demagnetizzazione fu trasferito all’entrata tra i due bacini. In precedenza era nella parte alta del Bacino N.1. Sia I battelli italiani che quelli tedeschi usavano lo stesso demagnetizzatore che è sempre operato da personale tedesco. Il prigioniero ha detto che la demagnetizzazione richiedeva uno o due giorni e nel caso in un battello tre. Nuove chiuse erano in costruzione nel Febbraio del 1943 sulla destra delle vecchie. Il nuovo canale era largo 100 metri e separato dal vecchio canale da un lato di due metri di larghezza. Un ponte girevole tra I due bacini si apriva sul Bacino N.2. I bunker del bacino N.2 erano in costruzione nel Febbraio del 1943 e solo le pareti erano state completate. Gli uffici amministrativi italiani, uno per ogni 10 sommergibili erano situati a sinistra dell’entrata

Del bcino N.1. Sul lto opposto della Garonne dal bacino erano ormeggiate fino a tre cacciatorpediniere tedesche e tre mercantili tedeschi. Un vecchio incrociatore [ausiliario] tedesco il De Grasse era ormeggiato vicino le caserme tedesche. Era precedentemente stato usato dagli ufficiali italiani e sottufficiali, ma sei mesi prima dell’ultima missione del prigioniero era stato occupato dai tedeschi. Il prigioniero credeva che fosse usato come nave deposito per gli ufficiali tedeschi. Il violatore di blocco Himalaya era ormeggiato nel bacino N.2.
Parti di ricambio per le officine dei sommergibili italiani venivano portate al bacino N.1 da la Pallice.
Gli equipaggi italiani vivevano in un accampamento vicino Gradigna (fonetico), distante circa 15 minuti d’autobus dalla base. Per raggiungere questo posto la strada lungo il fiume era seguita a valle a poi un ponte doveva essere attraversato. Viaggi erano fatti a bordo di un nuovo autobus FIAT con una capacità di venticinque passeggeri. Dalla base a Piazza Gambetta ci volevano dieci minuti in tram. Il “Bar Bordello” o il “Platti” dall’altra parte della fermata del tram in Piazza Gambetta erano posti molto popolari con sia gli italiani che i tedeschi. Ragazze francesi e spagnole erano li che s’incontravano, gli si dava una ispezione, e poi portate alla pensione. . Lasciato il “Plati” e girando a sinistra per un isolato e poi a destra per mezzo isolato si possono trovare il bordello 14, 12 e 20 aperto ai tedeschi e agli italiani per la modica cifra di 60 franchi per sessione. Il bordello 1 e 10 erano situati alla fine della strada sulla sinistra del “Plati”; questi erano disponibili anche ai francesi cosi come ai tedeschi e gli italiani per 50 franchi a botta. Ci sono quattro bordelli per gli ufficiali nelle vicinanze del “Plati”, in gran parte per I tedeschi. Gli ufficiali italiani preferiscono camere private per le loro diversioni amorose. “Moulin Rouge” il bordello N. 10 e la scena di frequenti scontri tra tedeschi e italiani. Il bordello 14 e 20 sono frequentati in gran parte dagli italiani. Il prigioniero dice che I bordelli

4 e 5 furono distrutti durante I bombardamenti aerei (il frutto del’’amore perduto!), ed erano stati recostruiti da qualche altra parte. Il prigioniero ha dichiarato che quasi tutti gli italiani alla base soffrivano del ‘male francese’ )malattie veneree).
Il prigioniero ha detto che c’erano circa 300 marines della San Marco (lagunari) alla base. Vestivano casacche versi e pantaloni verdi che erano molto larghi intorno alle cosce. Il loro berretto verde aveva l’insegna del leone di S. marco. Turni di guardia e la sicurezza della base erano la loro responsabilità principale.
A detta del prigioniero il C.V. Enzo Grossi (delle navi da battaglia americane) aveva sostituito il contrammiraglio Polacchini quale comandante della base nel gennaio del 1943. Nel febbraio si diceva che grossi sarebbe presto stato promosso a contrammiraglio (O.N.I. Nota: Una fotografia di Grossi nel ‘Il Messagero’ dell’1 giugno 1943 lo fa vedere ancora come C.V.). Il C.C. Giuseppe Cariddi, comandante in seconda della base sotto Polacchini ed anche comandante della flottiglia, era rimasto lo stesso sotto Grossi. Questo aveva causato una situazione alquanto imbarazzante. Caridi, in precedenza un ufficiale superiore, ora so trova ad essere un aiutante di Grossi. I due non si parlano. Caridi apprese della promozione di Grosso molto male e la risente così come molti altri ufficiali di carriera. Grossi aveva scavalcato 15 ufficiali più anziani quando fu fatto C.V. e comandante di Betasom. Il prigioniero pensava che Grossi stava diventando “grosso” soltanto attraverso l’influenza fascista. Per coronare il tutto, il prigioniero ha dichiarato che dopo il secondo dichiarato affondamento di una nave da battaglia americana nel settembre del 1942 era stato eretto un monumento in onore di Grossi e del Barbarigo sotto l’entrata del bacino sul lato a monte. La base è di pietra e c’è inciso il nome di Grossi e I suoi due dichiarati affondamenti di navi da battaglia americane. Sopra la base (piedistallo) si estende una versione più snella della

Torre del Barbarigo . L’intero monumento è alto circa 50 metri. Tutti I sommergibili italiani in partenza dalla base portano la prua verso il monumento e lo salutano.

LA PALLICE

Il tetto del bumker ha uno spessore di 4 metri di cemento rinforzata. Nei primi di febbraio del 1943 il prigioniero ha visto due U-Boat tedesche fuori del bunker e sei dentro. Uno degli U-Boat stava uscendo in missione.
Dopo aver lasciato Bordeaux I sommergibili Italiani entravano a La Pallice per controlli finali, sopratutto perdite nafta ed anche per fare alcune prove d’immersione d’emergenza. In una delle occasioni, il battello del prigioniero era ormeggiato in fronte al bunker per due giorni perché era troppo lungo e pescava troppo per entrare in uno dei bumber vuoto, uno a bacino. Il personale dei sommergibili italiani prima viveva in caserme lungo il lato nord del bacino. Nel dicembre del 1942 due nuove caserme furono costruite a nord del bacino per loro. Quando le vecchie caserme erano in uso, gli ufficiali erano alloggiati separatamente; ora sono con gli equipaggi. Comuni tedeschi spesso salgono a bordo del battello del prigioniero ed erano sorpresi dal fatto che i diesel italiani erano meno alti di quelli tedeschi.
All’entrata del porto c’erano sei palloni, tre assicurati a ciascuno dei flangi flutti.

DANZICA

Il prigioniero partì da questa base d’attestamento nel gennaio del 1942. Mentre era li ha vissuto nelle caserme dall’altro lato dell’isola. Sentì, poco dopo la sua partenza, che I tedeschi avevano occupato queste caserme e che gli italiani erano stati mossi su una nave deposito a Kaiserhafen. Tempo permettendo,

Gli italiani uscivano sui sommergibili per il lancio dei siluri e esercitazioni sonar generalmente con cacciatorpediniere tedesche e di notte. Cinque o sei U-Boat tedesche erano in riparazione al molo sotto l’isola e sullo steso lato delle caserme. Il prigioniero non era a conoscenza di nessun campo di prigionia in vicinanza delle caserme.

Capitolo XVI. NAVI RIFORNIMENTO TEDESCHE

A circa mezzogiorno del 18 o 19 maggio del 1941, la nave ausiliari tedesca che si stava aspettando che che il prigioniero insistette essere un incrociatore ausiliario, fu visto in avvicinamento a 45 a sinistra della prua (con l’Archimede in direzione sud). Il comandante della nave non era confortevole perché era stato attaccato da aerei il giorno prima; quindi richiese che I sommergibili si muovessero tre o quattro miglia a levante.
Dopo l’ormeggio, l’Archimede mandò il passeggero tedesco attraverso la motobarca della nave rifornitrice per organizzare il rifornimento. Bocchettoni d’acciaio con una lunga protezione di ferro per I due tubi furono estesi dalla poppa della nave alla prua dell’Archimede. Uno dei tubi era usato per la nafta e l’atro per l’acqua; entrambe erano di 100 mm di diametro. Il trasferimento di 100 t. di nafta e 12 t. di lubrificante, cominciando nel pomeriggio, fu completo alle 24.00. Il prigioniero ha dichiarato che dopo circa 50 t. di nafta erano state imbarcate, l’ufficiale alle macchine aveva protestato con I tedeschi che la nafta era troppo leggera per I motori dell’Archimede. Il trasferimento fu fermato, e dopo alcune discussioni, I tedeschi mischiarono nafta con con il diesel per fornire un carburante molto più pesante. Durante il trasferimento, [ol battello] era al traino lentamente metri I motori elettrici operavano a bassa velocità. Una o due volte la pressione causò delle perdite alle connessioni delle tubazioni e due tedeschi in camicia blu, I quali erano saliti a bordo, sigillarono le perdite. Archimede ricevette anche acqua fresca e rifornimenti. Durante queste operazioni lattine da 20 litri di olio lubrificante furono prese dal Guglielmotti in zattere di gomma. La metà dell’equipaggio dell’Archimede andò a bordo della nave tedesca per pulirsi e mangiare. Una manichetta fu estesa sul ponte del sommergibile così che gli altri potessero farsi una doccia. Il mare era calmo nel pomeriggio e una leggera brezza si alzò notte. C’era un sole caldo durante

Il giorno, ma la notte gli uomini usavano I loro indumenti per il maltempo invernale a causa del fresco.
Il prigioniero ha descritto il vascello tedesco come un incrociatore ausiliario di circa 10.000 t., pitturato di grigio, due coffe, una a prua ed una a poppa dei due fumaioli a metà della nave. Gru si estendevano dall’albero prodiero e sull’albero poppiero sventolava la bandiera tedesca. Il prigioniero vide due grandi cannoni a prua su una piattaforma sopraelevata. Vari cannoni erano nascosti a poppa sotto dei teloni. Il prigioniero sentì anche che c’erano delle mitragliatrici sul ponte della nave. A poppa cerano dipinte le lettere SANT; il prigioniero sentii che il nome era Santieco (fonetico). Più tardi a Bordeaux, il prigioniero sentì che questo incrociatore ausiliario tedesco era stato affondato in Atlantico (O.N.I. Note: non è possibile identificate positivamente la nave tedesca coinvolta in questo rifornimento. La possibilità migliore, a detta delle informazioni disponibili, e che questi era il Raider 16 (detto anche Atlantic, Temesis, Goldenfels, ecc. Vedi C.B. 4051 (26) pagina 32-38.). Era in queste acque durante questo periodo ; la descrizione e la stessa della vaga data dal prigioniero; Si sa che aveva incontrato due o tre sommergibili ‘francesi’ nel canale del Mozambico nei primi di marzo del 1941 e Raider 16 fu affondato il 22 novembre del 1941. Il nome usato dall’incrociatore ausiliario al quel tempo, in ogni modo, era simile al ‘San Diego’ facendo finta di essere una nave americana. La nave cisterna tedesca Nordmark, che spesso faceva finta di essere l’americana Dixie, potrebbe anch’essa essere, anche se il prigioniero ha dichiarato con certezza che la nave rifornitrice non era una petroliera.

Capitolo XVII. RELAZIONI CON I TEDESCHI

Il prigioniero ha dichiarato che I tedeschi e gli italiani in Bordeaux stavano sembre a ‘far battaglia’. In un’occasione nel dicembre del 1942, a Piazza Gambetta 14, undici tedeschi e dieci lagunari della S. Marco ebbero un serio combattimento a causa di alcune donne. Il risultato fu che gli italiani uccisero uno e mandarono quattro all’ospedale. I tedeschi erano ubriachi ed avevano offeso gli italiani. I tedeschi erano spesso ubriachi sia ufficiali che comuni. C’era un combattimento tra italiani e tedeschi quasi ogni notte ai bordelli 10, 12, 14 e 20.
La situazione diventò così brutta che una guardia armata italiana dovette pattugliare le strade per difendere I marinai italiani. I casi rari le autorità tedesche cercarono di arrestate alcuni dei colpevoli, che rano tedeschi, e a volte li penalizzatrono mandandoli al fronte Russo, ma in molti casi le autorità semplicemente cercarono di insabbiare il tutto il più silenziosamente possibile.
Molti degli ufficiali inferiori tedeschi erano sempre al bar o al bordello. Gli ufficiali superiori, pareva, avevano fino e donne consegnati nelle loro camere. La percentuale di malattie veneree era più alto tra I tedeschi che tra gli italiani. (O.N.I. Nota: Tutte le altre evidenze indicano il contrario). Le ragazze del bordello dicevano che c’era considerevole attività sessuale tra gli uomini francesi e tedeschi. In più, le ragazze di Bordeaux si lamentavano che ai marinai tedeschi gli ci volva troppo tempo. Preferivano gli italiani, che erano più veloci, perché così potevano avere più clienti. I sommergibilisti italiani venivano ispezionati ogni giorno dagli ufficiali inferiori prima di entrare in caserma.
I tedeschi occuparono le case private per I loro ufficiali e uomini, mentre gli italiani furono alloggiati in meno comode costruzioni di legno

Fuori della città. Gli ufficiali italiani avevano vissuto a bordo dell’incompleto incrociatore francese De Grasse fini a che I tedeschi non li costrinsero a trasferirsi con il pretesto che la nave sarebbe entrata in servizio, dopodiché I tedeschi la occuparono loro stessi. Gli ufficiali italiani furono trasferiti in baracche di legno in città. Il prigioniero sentì dire che I tedeschi e gli italiani mangiavano la stessa qualità di cibo ma che i tedeschi ricevevano quantità maggiori.
Al tempo della sua partenza da Bordeaux il prigioniero entrò in contatto con 3, 4 mila tedeschi e credeva che c’erano un totale di 5, 6 mila in città.
In varie occasioni fu a La Pallice. Disse che era assolutamente vietato agli italiani di camminare o parlare con I tedeschi li (O.N.I. Nota” non ha detto se questa era una regola italiana o tedesca). Una volta, mentre il suo battello era la, due ufficiali tedeschi cercarono di salire a bordo per una ispezione; il comandante lo vietò in reciprocità per un simile trattamento tedesco.
Passò vari mesi in addestramento a Danzica nell’inverno del 1941, 1942. C’era un gruppo di 200 italiani in addestramento la, con istruttori italiani; erano completamente separati dai tedeschi così che non ci fossero incidenti. Crede che questo fosse l’ultimo gruppo di italiani che fu mandato la. Gli ci vollero 24 ore per fare il viaggio senza interruzioni fino a Danzica; non-stop meno che per uscire a circa 8 o 12 ore da Bordeaux, attraversare un ponte di legno sopra il cratere creato da una bomba sulla ferrovia per poi prendere un altro treno dall’altra parte.
Il prigioniero fu in seguito a Palermo, la sua città natale, nel maggio del 1942. Mentre era la, due marinai tedeschi in un campo di circa 2.000 uccisero un italiano dopo che erano andati in un ristorante e avevano rifiutato di pagare

Per il pranzo. Durante un’altra occasione, uno dei suoi commilitoni stava camminando con la fidanzata per strada nella sua città, Roma, quando un tedesco che stava passando gli fece l’occhietto. Una scazzottata seguì ed il risultato fu che l’amico quasi perse il diritto ai permessi.
A Bordeuax gli italiani ricevevano le provvigioni dai tedeschi ma chiaramente di origine italiana. Pasta, olio, sardine e salame. Gli veniva detto che erano prodotti tedeschi, ma in verità erano italiani con solo l’etichetta tedesca. Perché queste provvisioni venivano dall’Italia attraverso I tedeschi e non direttamente era sempre un mistero per loro.
A Bordeaux il prigioniero vide numerose KriegShelferinner tedesche in uniforme; lavoravano solo negli uffici.
Descrisse le relazioni italo-tedesche dicendo che gli italiani avevano un tale affetto per I tedeschi che li potevano tollerare solo minimamente e non li volevano vedere. I soldati italiani per la fine di questa guerra solo che così potessero cominciare un’altra guerra contro I tedeschi. Una buona percentuale si sarebbe fatta volontaria per questo servizio, e naturalmente nessuno di questi avrebbe esitato di combattere contro I tedeschi. Credeva alquanto possibile the i soldati italiani si sarebbero rivoltati contro I tedeschi al picco dell’avanzata alleata. La Sicilia vuole che l’America venga e la finisca presto.

Capitolo XVIXI VARIE

VIAGGIO A PALERMO
Il prigioniero fece il suo ultimo viaggio in Italia nel maggio del 1942. Andò in treno da Bordeaux a Millan dove dovette prendere accordi con il console italiano, poi Monaco, attraverso la Svizzera e l’Austria a Innsbruck (i treni passeggeri non erano permessi attraverso Ventimiglia), attraverso il Brennero giù a Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Messina fino a casa a Palermo. Vide molte truppe tedesche attraverso l’Italia, specialmente a Messina. Ce n’erano anche molti a Monaco. Pareva che la pratica fosse di mantenere le truppe tedesche e italiane in posti diversi e non nelle immediate vicinanze.
Il prigioniero trovò le condizioni a Palermo molto buone ad eccezione del cibo e delle necessità che erano molto alte [in prezzo]. Il mercato nero stava fiorendo ed arricchendo I contrabbandieri. In città vide due compagnie (150 uomini) di truppe italiane. Un gran numero di personale di difesa costiera, circa duemila, divisi tra due comandi militari marittimi, d erano posti a difesa del porto. Gli ufficiali superiori vivevano il albergo a Santa Rosalia con vista sul porto. Quattro o cinque navi da guerra erano in porto. C’era qualche costruzione navale in progresso nei due cantieri situati giusto a nord di La cala alla parte più a sinistra del porto. Questi cantieri sono molto piccoli e ciascuno ha due piattaforme e lanciano una nave ogni dieci mesi. Queste navi sono da scorta, normalmente ben armate a portano anche cargo. Hanno una stazza di circa 2 o 3 t. ciascuna.
Prima di partire da Bordeaux per la sua missione finale il prigioniero fu informato da un medico italiano originario di palermo che la loro città nativa era stata

“messa KO” da un bombardamento aereo e che gran parte della popolazione era stata evacuata a Corleone e Poticello.

MINI SOMMERGIBILI

Le fallite prove tenute a La Pallice nel settembre del 1942 sul Da Vinci con un mi sommergibile che il prigioniero chiamava “C.P.”. Questi era descritto quale 6 o 7 metri di lunghezza, progettato per il trasporto di un ufficiale di macchine e 3 marescialli Palombari dentro il battello. Due siluri erano trasportati sotto la chiglia e potevano essere lanciati con leve dentro il “C.P.” I Palombabi avrebbero lasciato il battello per attaccare mine a tempo sugli scafi delle navi nemiche. La massima quota di profondità del mini sommergibile (sommergibile tascabile) era di 40 metri. Il prigioniero non ne sapeva l’uso inteso.
Il C.F. Borghese, capo dell’unità d’Assalto alla Scuola della Spezia fu in carica delle prove. Il Da Vinci ebbe il cannone prodiero rimosso per accomodate il sommergibile tascabile. Le prove durarono vari giorni durante le quali il Da Vinci si sommergeva, lanciava il bambino, e poi cercava di andare sotto il sommergibile per ricuperarlo sul ponte di prua. Ma ci furono molti incidenti; l’antenna del sommergibile di Gazzana fu ripetutamente tagliata e la parte prodiera della torre danneggiata. Borghese, alla fine, decise di abbandonare le prove a mandò il sommergibile in Italia.

GRADI E EQUIPAGGIO

A detta del prigioniero, la gerarchia dell’equipaggio sui sommergibili italiani era la seguente:

Maresciallo IIa Classe
IIa
Ia
Secondo Capo
Sergente
Sottocapo
Marinai scelto
Marinaio

Il Maresciallo di IIa classe poteva, dopo corsi di specializzazione, ricevere la commissione di Guardiamarina.

COMUNICAZIONI RADIO

Il prigioniero ha detto che usualmente sul suo battello si ascoltavano trasmissioni radio di paesi non dell’asse da mezzogiorno fino alla sera. Erano ascoltate sia stazioni ad onde corte che lunghe. M ail bollettino d’informazioni rilasciato ogni sera era era quello ufficiale di Roma.
LISTA DELL"EQUIPAGGIO

(Vedi versione in Inglese or la pagina principale)

TOTALE EQUIPAGGIO

Ufficiali 8

Aspirante 1

Sottufficiali 29

Comuni 22

Totale 60

TOTALE EQUIPAGGIO DELL' ARCHIMEDE

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Edizione italiana a cura di Cristiano D'Adamo
Materiale gentilmente offerto dal Capitano Jerry Mason, USN (RET)

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