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Battelli

Ammiraglio Attilio Duilio Ranieri


Il Smg. ARGONAUTA (secondo battello con questo nome: ce n’era già stato un altro nella 1ªG.M.) era il primo e l’eponimo di una ben riuscita serie di 7 battelli (la serie “ARGONAUTA” classe "600", appunto) costruiti nei primissimi anni ’30. Era quello il periodo in cui l’Italia avviava una massiccia costruzione di sommergibili che la porterà ad avere, all’atto dell’entrata in guerra, la prima flotta subacquea del mondo per tonnellaggio complessivo, seconda per numero di unità soltanto alla corrispondente flotta russa.

L’ ARGONAUTA era un bel battello di oltre 600 tonnellate di dislocamento, lungo 61,5 metri, capace di immergersi fino alla profondità di 80 metri, che per quell’epoca era una quota di tutto rispetto. Aveva una velocità di 14 nodi in superficie e 8,5 nodi in immersione. Era armato con un cannone da 102 mm, 4 mitragliere antiaeree e 6 tubi lanciasiluri da 533 mm (4 a prora e 2 a poppa). L’equipaggio era costituito da circa 50 uomini, di cui 5 o 6 erano gli ufficiali.

Costruito presso i Cantieri C.R.D.A. di Monfalcone (GO), era stato impostato 9 novembre 1929, varato il 19 gennaio 1931 e consegnato alla Marina il 1° gennaio 1932. Allo scoppio della 2ª G.M., l’ ARGONAUTA era inquadrato nella 61ª Squadriglia del VI Gruppo Sommergibili di base a Tobruk (Libia).

All’inizio delle ostilità (10 giugno 1940) l’ARGONAUTA, al comando del Ten. di Vascello Vittorio CAVICCHIA SCALAMONTI, era uno dei 55 battelli già in agguato nel Mediterraneo. Ad esso, insieme ad altri sommergibili, era stata assegnata la zona di mare compresa fra l’isola di Creta e le coste egiziane, dove era da attendersi traffico marittimo da e per lo stretto di Suez e per la base inglese di Alessandria d’Egitto. E da questa base, infatti, si muovevano le navi “antisom” inglesi che cercavano di liberare quelle acque dall’insidia dei nostri sommergibili.

L’ARGONAUTA rimase in agguato, in un punto a circa 100 miglia a nordest di Alessandria, fino al 21 giugno, rilevando agli idrofoni (gli orecchi subacquei del sommergibile) una notevole attività delle navi antisom, ma senza riuscire ad agganciare e attaccare alcun bersaglio. Occorre tenere presente che, secondo la dottrina d’impiego dei sommergibili allora vigente, i battelli avevano libertà di movimento piuttosto limitata: per evitare pericolose interferenze fra di loro, a ciascuno di essi veniva assegnato un “quadratino” di mare, dal quale non dovevano assolutamente uscire, bensì restare in attesa che le navi nemiche attraversassero la zona assegnata. Lo sconfinamento dalla propria area verso quella contigua assegnata ad altro sommergibile era pericolosissimo: in mancanza di appropriati mezzi di riconoscimento (allora; oggi, con l’elettronica, non più), considerato che in un duello fra sommergibili sopravvive quello che colpisce per primo, è accaduto purtroppo che il Smg. TRICHECO silurasse ed affondasse il Smg. GEMMA il quale, certamente per errore, era entrato nell’area del primo. È successo anche in altre Marine.

Le navi avversarie, invece, numerose spazzavano liberamente il mare e così, il giorno 21, l’ARGONAUTA viene individuato e sottoposto ad un intenso e preciso bombardamento con cariche di profondità. Con pronte manovre evasive (il sommergibile, quando scoperto ed attaccato da navi da guerra, preferisce questa tattica e reagisce soltanto se non ha più possibilità di scampo), il battello riesce a sfuggire alla caccia del nemico, ma ne esce con numerose avarie, fra le quali, grave, l’inutilizzazione del periscopio d’attacco, senza il quale è praticamente cieco.

In queste condizioni, l’ARGONAUTA è costretto ad interrompere la missione e a rientrare alla base, Tobruk, dove giunge nel pomeriggio del giorno 22. Le avarie vengono riparate alla meglio, ma quella base non è attrezzata per la sostituzione del periscopio e, quindi, viene deciso di mandare il battello a Taranto, dove l’Arsenale potrà agevolmente effettuare il lavoro. Così, alle 21.45 del 27 giugno, l’ARGONAUTA salpa da Tobruk, naviga lungo le coste libiche fino all’altezza di Capo Ras el Hilal (la punta più a nord di quel tratto di costa) e quindi affronta la traversata con rotta all’incirca nord-nord-ovest, puntando su Capo Colonne (nelle vicinanze di Crotone). Dopo la partenza non si hanno più sue notizie.

Dalla ricostruzione degli eventi fatta nel dopoguerra, consultando la documentazione degli inglesi, si è concluso che, con ragionevole probabilità, l’ARGONAUTA è stato affondato intorno alle 06.15 del 29 giugno nella posizione di 35°16’ di latitudine nord e 20°20’ di longitudine est (ossia, a circa un terzo del suo viaggio), ad opera di una squadriglia di cacciatorpediniere inglesi (DAINTY, DEFENDER, DECOY, VOYAGER ed ILEX) che, dal 27 al 30 giugno, aveva pattugliato la zona fra Alessandria, il mar Egeo e il Mediterraneo centro-orientale nell’àmbito dell’operazione denominata “MA3”, di copertura ai convogli inglesi fra i porti greci e Port Said e fra Alessandria e Malta. Nessun superstite. Altri sommergibili si sono perduti nella stessa circostanza.

Una fonte ufficiale inglese riporta che un aereo antisom tipo “Sunderland” (un grosso idrovolante che fu micidiale per molti sommergibili) il giorno 29 giugno, alle 14.50, ha attaccato con due scariche di bombe e visto affondare un sommergibile che navigava a quota periscopica, nella posizione 37°29’ di latitudine nord e 19°51’ di longitudine est; punto che si trova pressappoco sulla rotta seguita dall’ARGONAUTA, ma piuttosto avanzato rispetto alla presumibile posizione del battello calcolata in base alla sua velocità di avanzamento. D’altra parte, non essendosi registrate in quei giorni altre perdite di sommergibili oltre a quelle controllate e localizzate, il rapporto del “Sunderland”, magari inficiato da un errato calcolo della posizione, potrebbe essere verosimile. Tuttavia, l’Ufficio Storico della Marina Militare e la maggior parte degli storici ritengono più attendibile la prima conclusione. Ma il dubbio, a mio parere, rimane.


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