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Battelli

di Cristiano D'Adamo


1940
All’inizio del conflitto, il sommergibile Archimede era dislocato presso la base navale di Massaua nell’AOI(1) (Africa Orientale Italiana). Per la prima missione di guerra il battello, al comando del T.V. Signorini, fu dislocato a largo delle coste di Djibouti, una colonia francese. Il sommergibile partì da Massaua il 19 giugno 1940 per condurre operazioni coordinate con il smg. Perla.

Ancor prima dell’inizio delle ostilità, il battello aveva avuto problemi con il sistema di condizionamento dell’aria, e la partenza per l’imprevista missione impedì il completamento dei lavori di riparazione. Durante la missione, ed a meno di un giorno dalla partenza, alcuni dei membri dell’equipaggio cominciarono ad avere malori; questi furono simili a quelli che afflissero gli equipaggi del Macallè e del Perla. Non si sa se l’equipaggio prese dei provvedimenti per sanare la situazione; forse cominciarono ad usare sempre meno l’aria condizionata, ma il quarto giorno l’apparato dovette essere spento. Molti uomini, tra cui due ufficiali, ebbero colpi di calore, mentre un numero sempre più crescente cominciò ad avere sintomi di avvelenamento. Depressione e svenimenti furono seguiti dalla perdita dell’appetito, comportamento maniacale, euforia, allucinazioni, e alla fine da una frenesia distruttiva ed omicida.

Nel tardo pomeriggio del 23, il Comandante prese in seria considerazione la possibilità di annullare la missione, ma il Comando Navale trasferì il battello a circa 50 miglia a meridione dalla posizione originale. Durante questa notte fatale, quattro marinai persero la vita and il comandante fu costretto a cercare rifugio nel porto di Assab dove il battello approdò alle 8.30 del 26 giugno. Subito dopo, Massaua inviò i materiali necessari, il nuovo Comandante ed il direttore macchine. L’Archimede lasciò Assab il 3 luglio al comando del C.C. Piomarta per ritornare a Massaua dove, finalmente, il cloruro di metile fu sostituito con meno nocivo freon. Il 31 dello stesso mese, il battello fu nuovamente pronto a prendere il mare.

Durante questo periodo, Roma intercettò alcuni messaggi britannici che indicavano l’imminente partenza in un convoglio di circa 20 navi diretto da Bombey al Mar Rosso. L’Ammiraglio Balsano, il comandante delle forze navali a Massaua, predispose tutte le unità in mare, ma l’Archimede non era ancora pronto. La missione fu così assegnata al Ferraris e al Guglielmotti. L’opportunità per l’Archimede di operare arrivò in settembre quando il battello, con il Guglielmotti ed alcuni cacciatorpediniere, fu assegnato ad una missione di guerra. Durante questa azione, l’Archimede fu inviato in una zona tra Gabel Tair ed 19° parallelo nord.

1941
Come era prevedibile, l’AOI stava crollando molto velocemente sotto l’impeto delle forze britanniche provenienti a meridione dal Kenya e a settentrione dal Sudan. Senza la possibilità di ricevere rinforzi dalla madrepatria, le forze italiane erano destinate alla resa. Con la caduta della base navale oramai imminente, il Comando Navale cominciò a preparare vari piani d’emergenza. Uno prevedeva che l’Archimede raggiungesse Kobe, in Giappone, conducendo attività contro il traffico nemico durante il trasferimento. Però, solo navi di superficie furono mandate in Giappone, mentre i sommergibili ancora disponibili furono mandati alla base atlantica di Bordeaux completando il periplo del continente africano. Il Perla, un sommergibile costiero, partì il 1 marzo, il Ferrarsi e l’Archimede il 3 e il Guglielmotti il 4.

Malgrado la perdita di quattro battelli, il morale dei sommergibilisti italiani in AOI rimase buono, ma le condizioni fisiche stavano deteriorando rapidamente a causa del caldo afoso e dell’umidità. I sommergibili destinati a Bordeaux si avventurarono a sud attraverso il Golfo di Perim, uno stretto pattugliato da unità di superficie ed aerei britannici. L’Archimede (C.C. Salvatori), il Ferrarsi (C.C. Piomarta), il Guglielmotti (C.F. Spadone) e il piccolo Perla (T.V. Napp) intrapresero rotte differenti. I battelli più grandi navigarono tra il Mozambico ed il Madacascar mentre il Perla prese una rotta a levante della grande isola africana. L’Archimede, così come gli altri battelli, fu rifornito di nafta dalla petroliera tedesca Northmark e continuò il viaggio senza incidenti di rilievo. Il trasferimento richiese 12.700 miglia di navigazione di cui solo 65 in immersione per un totale di 65 giorni. La missione fu completata nel segreto più assoluto, ma una volta a Bordeaux i giornali italiani diedero grande riscontro agli avvenimenti.

Dopo alcuni mesi d lavori per le necessarie riparazioni, l’Archimede fu nuovamente pronto a muoversi. Ancora la comando del C.C. Marino Salvatori, il battello fu mandato con il Cappellini a pattugliare le coste iberiche, mentre altri battelli si occuparono di una zona relativamente grande che si estendeva dallo Stretto di Gibilterra alle isole Azzorre. Questa missione vide il battello portarsi in prossimità di Capo San Vincenzo, ma a causa della mancanza di naviglio mercantile nemico, la missione non produsse alcun risultato, ma costò la perdita del Baracca e del Malaspina.

Dopo questa missione, l’Archimede fu assegnato in Mediterraneo. Ancora al comando del C.C. Salvatori, il battello lasciò Bordeaux per raggiungere lo Stretto di Gibilterra ove, il 23 ottobre 1941, gli fu ordinato di inseguire un convoglio. In seguito, il trasferimento fu annullato ed il battello rimase con Betasom per il resto della sua vita operativa. Durante questa missione l’Archimede ed il Marconi cercarono un convoglio precedentemente segnalato dal Comando Navale. Il Marconi prese contatto il 26 ottobre; due giorni dopo mandò l’ultimo messaggio e poi se ne persero le tracce. Dopo 48 ore anche l’Archimede interruppe le ricerche per rientrare alla base. Altra perdita di questa missione fu il Ferrarsi; fu affondato dopo un impari duello al cannone con il cacciatorpediniere britannico H.M.S. Lamerton.

1942
Dopo un lungo periodo in cantiere, l’Archimede fu assegnato al comando del T.V. Gianfranco Gazzana Priaroggia, il comandante di sommergibili con il più alto risultato in termini di tonnellaggio affondato e secondo solamente al Comandante Fecia di Cossato per numero di unità affondate. La nuova missione portò il battello al largo del Brasile. La partenza avvenne tra la fine di aprile e l’inizio di maggio ed il battello raggiunse la zona d’operazioni il 23 maggio del 1942, tre giorni dopo il Cagnolini, lo stesso giorno del Cappellini e quasi una settimana dopo il Barbarigo. Quest’ultimo sarà coinvolto nel misterioso affondamento di una corazzata americana. Il 13 maggio, durante il trasferimento, l’Archimede ricevette un messaggio dal Cagnolini mentre era a nord di Cereà (Brasile), ma il piroscafo segnalato non potè essere individuato. Appena raggiunta la zona assegnatali, l’Archimede intercettò in posizione 2°10’S, 35°55’W un piroscafo in fiamme scortato da unità di superficie identificati quali cacciatorpediniere della classe “Maury” or “Somers”. In realtà, si trattava del cacciatorpediniere Moffett della classe “Porter”. Il Comandante Gazzana Priaroggia lanciò due siluri e percepì due esplosioni, ma pare che le armi non abbiano mai raggiunto il bersaglio. Poco dopo, l’Archimede fu oggetto di caccia prolungata. Il comandante scrisse:

In conseguenza dei vari attacchi, l’Archimede cominciò a sviluppare perdite di carburante dallo scafo che ne avrebbero facilitato la scoperta. Betasom mosse il battello più a nord. Un messaggio d’avvistamento ricevuto nel frattempo non si concretizzò in una caccia. Il battello esaurì il carburante di riserva e cominciò la navigazione di ritorno.

Il 15 giugno intercettò ed attaccò il piroscafo americano “Colombia” di 4.954 t.s.l., ma i siluri mancarono il bersaglio. Lo stesso giorno, l’Archimede attaccò un altro piroscafo, il panamense Cardina di 5.586 t.s.l.; questa volta riuscendo ad affondarlo. Il Cardina era al servizio della Marina mercantile statunitense e non ci furono vittime. Continuando la navigazione, il 27 giugno in prossimità delle Azzorre l’Archimede intercettò un convoglio di considerevoli dimensioni che non fu attaccato a causa della difficile condizione dovuta a rotta e velocità de convoglio stesso. Il battello fece ritorno a Bordeaux il 4 luglio dopo la lunga, ma in parte fruttuosa missione.

La missione successiva ebbe luogo in ottobre. L’Archimede, passato al comando del T.V. Guido Saccardo, ricevette l’incarico di rifornire il Cappellini a largo delle coste africane. Il battello parti il 15 settembre in compagnia del Bagnolini. Il piano d’azione prevedeva che i battelli raggiungessero la zona di Freetown, ma B.d.U. aveva alcuni U-Boot in zona, e quindi chiese a Betasom di ritardare l’arrivo dei battelli italiani. A causa del grande ritardo accumulato, l’idea di avere l’Archimede solo per rifornire il Bagnolini fu abbandonata ed al battello fu data libertà d’azione. L’8 ottobre il sommergibile raggiunse una nuova zona e lo stesso giorno intercettò l’Oronsay’, un transatlantico britannico di 20.043 t.s.l. La nave apparteneva alla “’Orient Steam Navigation Co, Ltd” di Londra ed era stata costruita nel 1925 dai cantieri “John Brown & Co.” di Clydebank. La nave aveva una capienza di 592 passeggeri ed era usata per il trasporto delle truppe. A causa dell’affondamento ci furono 5 vittime, 26 furono fatti prigionieri ed i rimanenti 412 furono portati in salvo. La posizione dell’affondamento è data a 4º 08’ N, 20º 57’ W dall’Ufficio Storico e a 4º 29’ N, 20º 52’ W dalle autorità britanniche.

Poche ore dopo l’Archimede attaccò la nave passeggeri greca T.S.S. Nea Hellas di 16.991 t.s.l. Precedentemente conosciuta come ‘Tuscania’, la nave apparteneva alla compagnia ‘Anchor Line’ di Londra. Questa nave, affettuosamente chiamata dalle truppe alleate ‘Nelly Wallace’, era alquanto famosa e servì gli alleati per tutta la durata del conflitto.

Nel 1947 fu poi riconsegnata alla Grecia. Non si sa se il Nea Hellas (Nuova Grecia) fu colpita da uno dei siluri, sembrerebbe di si; comunque la nave riuscì ad allontanarsi evitando l’affondamento. Dopo aver continuato la perlustrazione fino al 19, l’Archimede si spostò a meridione di Capo Verde, zona questa che occupò fino alla fine del mese. Non avendo intercettato alcun naviglio nemico, il battello rientrò alla base arrivando a Bordeaux il 17 novembre.

1943
La missione successiva, che sarà anche l’ultima, portò il battello nuovamente al largo delle coste brasiliane. L’Archimede, sempre al comando del T.V. Guido Saccardo, lasciò Le Verdon il 26 febbraio del 1943 con istruzioni generali per raggiungere la zona a largo di Pernambuco. Le istruzioni ricevute indicavano di abbandonare la zona d’operazioni quando il carburante era sceso a circa 70 t. di riserva, per poi rifornirsi da un sommergibile nazionale o alleato. Con il carburante ricevuto, il battello sarebbe stato in grado di arrivare a Rio de Janeiro, ma tutto fu annullato. Invece di scendere fino al 23° parallelo, l’Archimede rimase a nord del 20°. Il 10 aprile il sommergibile inviò l’ultimo messaggio radio informando la base che aveva solo 61 t. di carburante in riserva e che era in posizione 16º 45’S, 37º 30’ W. A questo punto, l’Archimede ricevette ordini d’incontrare un sommergibile tedesco per ricevere della nafta. Alle due del mattino del 15 un aeroplano intercettò il battello italiano il quale non poteva immergersi a causa di una avaria di natura imprecisata. Il primo aeroplano, di tipo da ricognizione, ne richiamò altre due.

Questi erano Catalina del 93° Patrol Squadron. Il primo apparecchio, un PBY-5° pilotato dall’aspirante T.E. Roberson lancio quattro bombe da una quota di circa 650 metri causando probabilmente dei danni. Il secondo aeroplano, pilotato dal tenente G. Bradford Jr, lanciò altre quattro bombe, ma a bassa quota, centrando il battello che si spezzò in due tronconi per poi affondare in pochi minuti. Ci furono circa 20 sopravvissuti, e gli equipaggi americani lanciarono tre zatterini gonfiabili. Il 27 maggio, dopo un calvario inimmaginabile, alcuni pescatori brasiliani trovarono uno dei tre zatterini con a bordo due cadaveri ed un sopravvissuto in condizioni disperate. Dopo un lungo periodo di convalescenza, il solo sopravvissuto dell’Archimede, Giuseppe Lococo (vedi verbale dell'interrogatorio) fu trasferito in in campo di prigionia statunitense e solo alla fine della guerra le autorità italiane ebbero notizie della tragica perdita del battello e del suo equipaggio.

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81a Sq. Guglielmotti, Ferraris, Galvani, Galilei
2a Sq. Perla, Macallè, Archimede, Torricelli.
Edizione italiana a cura di Francesco Cestra


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