English | Italiano Regia Marina Italiana

Battelli

di Cristiano D'Adamo


Attività Operativa

1940

All'inizio delle ostilità, la Regia Marina aveva una piccola flottiglia di sommergibili disposti in A.O.I. (Africa Orientale italiana). Sei erano di tipo oceanico (Archimede, Galilei, Torricelli Ferraris, Galvani Guglielmotti ) e due di tipo costiero (Perla, Makallè). Il Torricelli ed il Galvani erano recentemente arrivati in zona per sostituire due unità costiere, l’Iride e l’Onice che erano state trasferite in Mediterraneo. Il Galvani era di recente costruzione (1938) ed in buone condizioni operative.

Durante la costruzione, il cantiere navale e gli ingegneri avevano propriamente considerano le condizioni operative in cui i sommergibili avrebbero dovuto operare, incluso i climi tropicali. Due problemi principali erano stati considerati ed erano stati risolti: la presenza nel Mare Rosso e l'Oceano indiano di temporali violentissimi, e l'umidità molto elevata (spesso 100%) . Il primo problema fu risolto provvedendo sì che le sovrastrutture fossero sufficientemente robuste da non essere dilaniate dal mare grosso. Il secondo problema, di più grande importanza, fu risolto equipaggiando il sommergibile con un condizionatore d’aria. Sfortunatamente, il macchinario in questione non utilizzava il freon, gas questo non ancora largamente disponibile, ed il costruttore scelse per un sistema che utilizzava il cloruro di metile (CH3Cl); Questi è un gas inodore, incolore, e molto tossico.

Seguendo un piano d’operazioni sviluppato in preparazione per le imminenti ostilità, alcuni sommergibili italiani lasciarono Massaua il 10 giugno 1940 diretti alla loro zona della perlustrazione; il Ferraris fu assegnato alla zona di Gibuti, il Galilei ad Aden, il Macallè a Porto Sudan, ed il Galvani, il battello con la missione più lunga, fu assegnato al Golfo di Oman. La missione del Galvani avrebbe dovuto durare approssimativamente 28 giorni, ed era intesa all’interdizione del traffico petrolifero dal Golfo Persico. Il battello arrivò nella zona assegnata il 23 giugno, ma al quel punto la segretezza della missione era già era stata compromessa.

Si presume che, sin da prima che la guerra, le autorità britanniche avessero preveduto missioni di questo genere e perciò avevano organizzato le necessarie contromisure. Sfortunatamente, con la cattura del Galilei (19 giugno) la Royal Navy era entrata in possesso del completo piano operativo della piccola forza sottomarina italiana. Questa prassi di divulgare piani tra i battelli che operavano nella stessa zona era molto discutibile, ed in questo caso si dimostrò disastrosa. Informazioni alla mano, la Royal Navy immediatamente deviò tutto il traffico delle petroliere e, quando il Galvani arrivò nel Golfo di Oman, il traffico commerciale era praticamente assente.


Grazie agli ordini generali di operazione catturati a bordo del R. Smg Galilei, i britannici sapevano che il Galvani avrebbero operato ad approssimativamente 8 miglia dall'ingresso al Golfo di Oman. La corvetta (da alcuni testi definita una cannoniera) H.M.S. Falmounth ed il cacciatorpediniere H.M.S. Kimberly furono immediatamente inviati in zona. La sera del 23 giugno, inconsapevole della situazione, il Galvani entrò nel golfo scoprendo che l’usuale traffico delle petroliere era completamente assente; subito dopo, il battello fu avvistato dalla corvetta Falmouth. La relazione ufficiale britannica specifica che l'equipaggio del Falmouth avvistò un'ombra ad approssimativamente due miglia e mezzo si avvicinò per completare l’identificazione, scoprendo che questi era un sottomarino che stava procedendo in superficie. Il resoconto continua:


« Alle 23.08, a circa 600 yards di distanza, la Falmouth fece il segnale notturno di “chi va là”, quindi aprì il fuoco col cannone prodiero da quattro pollici ».

Il comandante del Galvani, capitano di corvetta Renato Spano, ordinò immediatamente l’immersione rapida, ma mentre il battello procedeva lentamente all’immersione la sezione poppiera era ben visibilmente sul pelo dell'acqua e fu colpita da un proietto. A questo punto, con la carena resistente compromessa il 2° capo silurista Pietro Venuti (dalla città di Codroipo, Udine) evacuò la camera lanciasiluri poppiera e chiuse la porta stagna, cosi sacrificandosi per la salvezza del battello. Immediatamente dopo, il Falmouth si portò più vicino al sottomarino e scaricò una serie di bombe di profondità che provocarono danni enormi.

2° capo silurista Pietro Venuti M.O.M.

Con la lucida realizzazione che il battello era perduto, e che parte dell’equipaggio potesse ancora essere salvato, il comandante ordinò l’emersione, operazione questa che fu completata con grandi difficoltà, probabilmente a causa delle molte tonnellate d’acqua a bordo ed i vari danni agli organi di manovra. Dei cinquanta-sette uomini dell'equipaggio, 31 furono salvati dai britannici, mentre i rimanere 26, inclusi tre ufficiali, scomparsero a bordo del Galvani. Al termine del conflitto, e dopo il rientro dalla prigionia, il comandante Spano redasse il seguente rapporto (1):


« Alle 2.09 del 24 giugno, trovandomi, secondo la stima, a circa 50 miglia su rilevamento 130° da Little Qoin, il guardiamarina Car, sottordini alla rotta, avvista un'ombra di prora a dritta. Scorgo la sagoma di un bastimento con beta 10° a dritta sul rilevamento polare 45°, alla distanza di 7-800 metri. Immersione rapida con accostata a sinistra; contemporanea mente il nemico apre il fuoco con tutti i pezzi ed un colpo esplode sulla parte prodiera della plancia. In fase d’immersione sento esplodere un altro colpo in plancia; chiudo le porte stagne. Mentre il sommergibile scende fortemente appruato con tutti i timoni in basso, subisce un brusco sbandamento, raddrizzandosi poi subito da sé. Ritengo di essere stato sfiorato dallo scafo nemico sulle draglie di poppa che in tale istante si trovano, dato l'appruamento, a circa 2-3 metri dal pelo dell'acqua. Pochi istanti dopo, es endo il battello tuttora appruato a circa 30 m di profondità, tolgo un po' di timone di poppa e contemporaneamente il sommergibile viene violentemente scosso dall'esplosione vicinissima di una salva di bombe di profondità. Mentre l'appoppamento aumenta posso constatare le seguenti avarie: Mancanza di luce - Bloccaggio di tutti i timoni - Rottura dei manometri - Asportamento del quadro della forza in camera di manovra, che viene proiettato in mezzo al locale - II motore elettrico di dritta precipita a 600 giri, quello di sinistra si ferma - Impossibilità di comunicare con altri reparti. Avendo l'appoppamento raggiunto i 40°, ho avuto la percezione che il sommergibile, in seguito a forte via d'acqua in un locale poppiero, fosse perduto. Decido di tentare l'emersione dando ordine di "aria per tutto". Il sommergibile reagisce faticosamente emergendo parzialmente. Faccio aprire il portello mentre i serventi al pezzo salgono in torretta; li seguo e raccomando al guardiamarina Car la distruzione dei cifrari. Appena fuori posso osservare quanto segue:
A circa 300 m a dritta una cannoniera che spara colpi di cannone;
Di prora a sinistra un Ct;
Il sommergibile ha il « T » poppiero dell'aereo troncato, un grosso squarcio in plancia; l'acqua arriva al portello di poppa, mentre il battello riprende ad affondare.
Apprezzando di non avere il tempo di armare il pezzo e di aprire il fuoco, a causa del forte sbandamento, ordino a tutto l'equipaggio di salire in coperta, ed a quelli che già vi si trovano di abbandonare la nave. Il T.V. Mondaini passando tra lo squarcio delle lamiere si reca ad aprire il portello di prora, dal quale esce il personale dei locali prodieri; l'acqua già lambisce il portello della torretta. Nessuno sale più in coperta, ne alcuna risposta viene data, ai miei richiami, dall'interno del sommergibile; ritengo che non vi sia più nessuno; ordino al pedonale radunato a prora di gettarsi in mare mentre l'acqua irrompe dal portello della torretta. Sono le 02.17; mi sono appena allontanato dal battello quando questo si dispone verticale con circa otto metri di prora fuori acqua e quindi affonda rapidamente. Dal momento dell'emersione, il sommergibile non ha galleggiato per più di due minuti. Nel frattempo la cannoniera inglese ha ammainato due lance di salvataggio che raccolgono i naufraghi. Mi accerto che nessun uomo sia ancora in mare e quindi salgo anch'io a bordo dell'imbarcazione. A bordo della cannoniera Falmouth faccio l'appello dell'equipaggio e constato la mancanza di 26 uomini, tra i quali il capitano del G. N. Torzuoli, il tenente G. N. Bassetti, ed il guardiamarina Gemignani. I superstiti sono 31 di cui 4 ufficiali.”



L’equipaggio del Galvani trascorse il resto del conflitto in campi di prigionia.
(1) Lupinacci, P.F. Le operazioni in Africa orientale (Operations in East Africa).
Ufficio Storico Marina Militare. Rome, 1976.

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