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Gaudo e Matapan

di Marc De Angelis


Durante le ore pomeridiane del 28 Marzo, la ricognizione britannica riuscí meglio di quella dell’Asse nell’avvistare gli avversari. In particolare, l’asso nella manica di Cunningham fu il C.C. Bolt, che faceva parte dello stato maggiore dell’ammiraglio e che, decollato in qualitá di osservatore sull’idrovolante imbarcato della Warpite, sorvoló a lungo le Regie navi, trasmettendo messaggi piuttosto accurati circa la composizione, rotta e velocitá della squadra italiana[1]. Viene da domandarsi, a questo punto, perché Iachino, che pure aveva a sua disposizione diversi idroricognitori, non ne fece uso in quel critico frangente. Forse, essendosi convinto in base alle informazioni in suo possesso che gli Inglesi non avevano in mare una forza di superficie tale da poterlo impensierire, l’ammiraglio non ritenne che un ulteriore volo di ricognizione avrebbe potuto essere di grande utilitá. In ogni modo, coll’avvicinarsi dell’oscuritá, la sua attenzione fu certamente volta all’attacco aereo nemico, che arrivó puntualmente.

I velivoli si mantennero dapprima a una certa distanza per rimanere al di fuori del tiro contraereo italiano. Poi, tramontato il sole, attaccarono da direttrici diverse per rendere piú difficile eventuali manovre di disimpegno. Roskill, nel citato volume, loda la perizia dei comandanti italiani che, malgrado la scarsa visibilitá e la comprensibile confusione causata dalle cortine fumogene e dal nutrito fuoco contraereo, riuscirono a mantenersi nella serrata formazione in cui li aveva disposti Iachino. Seppure nessun aereo fu abbattuto, l’uso dei proiettori e il tiro incessante causarono serie difficoltá agli aviatori inglesi, uno dei quali, l’ultimo a effettuare il lancio, riuscí peró a colpire l’incrociatore pesante Pola poco prima delle 20,00.

Diversi minuti passarono prima che del siluramento fosse informato Cattaneo, da cui dipendevano le navi della prima divisione incrociatori, cioè Zara, Pola e Fiume, nonchè i quattro caccia della nona squadriglia (Alfieri, Carducci, Oriani e Gioberti). Iachino lo venne a sapere ancora piú tardi, ma poco prima di ricevere quella sconcertante notizia gli arrivó un’altra comunicazione importantissima: un nuovo rilevamento radiogoniometrico metteva l’ammiraglia nemica a poco piú di settanta miglia a sudest dalla Vittorio Veneto[2]. Seguí una serie di messaggi fra la plancia ammiraglio dello Zara e quella del Veneto, dal cui testo e tempi di arrivo si comprende come, nel cercare di ottenere informazioni piú dettagliate sulla nave colpita e di decidere il da farsi, le comunicazioni si incrociarono causando ulteriore confusione e ritardo. Il succo di questo viavai di messaggi lascia molte perplessitá sul pensiero di Cattaneo, che inizialmente propose di inviare due cacciatorpediniere ma poi, saputo che il Pola chiedeva assistenza e rimorchio[3], domandó il permesso di invertire la rotta con tutta la divisione, cioè di fare quanto Iachino gli aveva giá ordinato in un messaggio precedente che peró non era ancora arrivato al destinatario. Se lo stato maggiore di Iachino fosse o meno generalmente d’accordo con la decisione dell’ammiraglio non si sa con sicurezza, ma almeno un ufficiale, il capo dei crittografi C.F. Porta, espresse qualche perplessitá. Purtroppo le sue argomentazioni, che a dire il vero si basavano piú sul suo fine intuito che su obbiettivi dati di fatto, non riuscirono a convincere il suo capo.

Mentre Cattaneo invertiva la rotta, Iachino gli invió due messaggi: col primo gli ritrasmetteva l’ultimo rilevamento radiogoniometrico giuntogli da Roma, coll’altro gli diceva di abbandonare il Pola piuttosto che impegnarsi contro forze superiori. Se il secondo messaggio era quasi di prammatica in quanto ribadiva il principio informatore sulla base del quale la Regia Marina generalmente operava, nel primo Iachino, adottando lo stile di Supermarina, trasmetteva dati al subordinato senza renderlo edotto di come quei dati si sarebbero dovuti interpretare. Comunque, anche se Iachino fu tutt’altro che esplicito, si sarebbe detto che almeno l’ombra di un sospetto che le cose potessero mettersi male doveva averla. Il comportamento di Cattaneo, per contro, si puó giustificare solo nel caso in cui l’ammiraglio avesse escluso ogni possibilitá di uno spiacevole incontro notturno o comunque fosse convinto che, al pari delle sue, le grandi navi inglesi fossero incapaci di combattere di notte. Questo giudizio non è coerente con quanto dissero alcuni ufficiali superstiti dello Zara, i quali affermarono che su quella nave l’ultimo rilevamento radiogoniometrico destó molta preoccupazione. Comunque, in base al fatto che Cattaneio procedette in linea di fila, con gli incrociatori in testa, e tenendo in considerazione che gli equipaggi non furono mantenuti al posto di combattimento, è davvero difficile arrivare a una conclusione diversa[4]. La moderata velocitá ordinata, sedici nodi, portati poi a ventidue, è invece piú facilmente giustificabile in quanto i cacciatorpediniere erano a corto di carburante[5]. Nel mantenere quella strana formazione, Cattaneo di fatto rese nullo l’apporto delle siluranti, le uniche unitá che la Regia Marina riteneva adatte al combattimento notturno. Se le avesse disposte un paio di miglia in avanscoperta rispetto agli incrociatori, come peraltro contemplavano le norme tattiche in vigore, una manovra d’attacco tempestiva e decisa da parte della nona squadriglia sarebbe forse riuscita a causare nella squadra nemica confusione e ritardo sufficienti per dare agli incrociatori il modo di disimpegnarsi. A meno di prendere per buona l’ipotesi che Cattaneo non si aspettasse minimamente di incontrare gli Inglesi, dunque, la spiegazione del suo operato, essendo l’ammiraglio e il suo intero stato maggiore caduto, è destinato a rimanere per sempre una delle tessere mancanti nel mosaico di Matapan.

Mentre gli Italiani erano impegnati nell’infausta missione di ricerca del Pola, Cunningham, per assicurarsi migliori probabilitá di riprendere contatto col nemico, aveva mandato in avanti sia gli incrociatori di Pridham-Wippell, sia una gruppo di otto caccia al comando del C.V. Mack. Questa decisione scaturí in parte dal fatto che, dopo il tramonto, non gli era giunta piú alcuna segnalazione dalla ricognizione sui movimenti di Iachino che, a sua insaputa, aveva cambiato rotta poco dopo l’ultimo attacco aereo. L’ammiraglio inglese, peraltro, ricevette con un certo ritardo il messaggio in cui lo si informava dell’esito di questo attacco, che segnalava un probabile colpo a segno su una corazzata di tipo Littorio. Il tono incerto della segnalazione indusse Cunningham a sospettare degli effettivi risultati ottenuti dagli aviatori.

Fino a quel punto, gli errori piú gravi ed ovvi erano stati fatti dagli Italiani, che avevano anche subito i maggiori contrattempi. Le missioni di ricerca di Pridham-Wippell e Mack, se non ristabilirono l’equilibrio, costituirono almeno la prova che nemmeno l’operato della Royal Navy fu infallibile durante quella difficile nottata. Mack, infatti, ricevette da Cunningham dati di moto che, soprattutto per velocitá (ma anche per rotta, grazie all’ultima accostata di Iachino) finirono per spedirlo troppo a sud e lo mantennero sempre di poppa rispetto agli Italiani. Pridham-Wippell, per contro, proprio perché voleva evitare di interferire con Mack, finí con lo scegliere una rotta piú verso nord, che in effetti gli precluse ogni possibilitá di raggiungere le Regie navi. Non solo, ma ogni volta che l’ammiraglio inglese fu sul punto di disporre i suoi incrociatori in modo da favorire la ricerca del nemico, sopraggiunsero eventi nuovi o inaspettati, per cui la formazione rimase sempre relativamente serrata.

Due delle navi di Pridham-Wippell, Orion e Ajax, erano dotate di radar, anche se quello installato sull’Orion era molto rudimentale e di scarsa utilitá. In ogni modo, poco dopo essere stato distaccato dal grosso, una delle unitá rilevó una nave ferma, che fu ritenuta essere la Vittorio Veneto. Essendo il compito di Pridham-Wippell quello di prendere contatto col grosso italiano[6], l’ammiraglio si limitó a segnalare la posizione di quella nave, lasciando ad altri il compito di identificarla e finirla; la segnalazione, peró, non arrivó mai a Mack, sicchè quell’unitá, che in realtá era il Pola, rimase a galleggiare impotente ma indisturbata malgrado il tempo perso dagli Inglesi per cercare di entrare in contatto visivo con essa, cosa nella quale non riuscirono. Poco dopo furono segnalate altre navi, anche loro rilevate al radar ma mai avvistate, che Pridham-Wippell ritenne fossero i caccia di Mack. Come si è detto, uno dei risultati di questa serie di apprezzamenti errati fu il dirottamento piú verso nord di Pridham-Wippell; l’altro fu il fatto che le navi di Cattaneo, che erano poi proprio quelle rilevate dal radar inglese, riuscirono a passare attraverso le maglie dell’avanguardia nemica, incontrastate e ignare del pericolo che avevano corso[7].

La loro buona fortuna non doveva durare a lungo. Giunti in prossimitá del Pola, che proprio pochi istanti prima era stato avvistato dalla squadra di Cunningham, gli incrociatori divennero facile bersaglio di ben tre corazzate, che in pochi minuti e da distanze che in alcuni casi fu inferiore alle due miglia, ne fecero scempio.

Seppure fu il caso che volle che Cattaneo e Cunningham si trovassero simultaneamente nello stesso punto, l’azione di fuoco premió l’efficienza del tiro britannico e l’abilitá dell’ammiraglio inglese. La squadra aveva appena cambiato rotta in seguito al segnale di scoperta lanciato dalla Valiant, il cui radar aveva rilevato il Pola segnalatole precedentemente da Pridham-Wippell. Prima ancora di entrare in contatto visivo con la nave ferma, tuttavia, apparvero le navi di Cattaneo, rilevate quasi contemporaneamente a vista dalla plancia della Warspite e al radar dalla Valiant. Gli inglesi credettero di vedere due navi della classe Zara preceduti da un incrociatore leggero[8], e immediatamente Cunningham manovró per prendere i nuovi arrivati sotto il tiro delle corazzate, facendo subito dopo uscire di formazione la Formidable. Da osservare, per mettere in maggiore evidenza la portata dell’errore di Cattaneo, che la manovra prevista dalle norme tattiche della Royal Navy, in quelle circostanze, sarebbe stata un’accostata in fuori di novanta gradi per evitare che i caccia di scorta nemici potessero mettere a segno qualche colpo fortunato. Avendo rapidamente constatato che di caccia in grado di attaccarlo non ce n’erano, invece, Cunningham, che del resto non aveva mai mancato di aggressivitá, ignoró la prassi ed accostó con decisione in modo da mettere le sue navi nella migliore formazione per far fuoco sul nemico. Il suo tempestivo e ben eseguito ordine fu una prova di grinta e perizia da parte del Comandante in Capo britannico; quel che seguí fu una prova di efficienza da parte dei suoi cannonieri.

Mentre Warspite, Valiant, e Barham mettevano bordate su bordate a segno sul Fiume e sullo Zara, i caccia inglesi, per facilitare loro il compito, utilizzarono con notevole efficacia i proiettori. L’evoluzione delle siluranti non fu sempre felice: alcune di esse entrarono nel campo di tiro delle grandi unitá, in certi casi evitando per pura fortuna di essere colpite e buscandosi qualche parolaccia da parte di Cunningham. Da parte loro, i caccia italiani in un primo momento accostarono in fuori, ma tre di essi furono ugualmente colpiti nel bailamme. Alfieri e Carducci affondarono di lí a poco, l’Oriani riuscí a disimpegnarsi anche se malconcio e il Gioberti rimase miracolosamente incolume. Malgrado queste unitá non tentarono mai, nè in gruppo, nè individualmente, di andare all’attacco[9], nella confusione Cunningham pensó che esse stessero manovrando in quel senso, sicchè egli ordinó alle navi da battaglia di accostare in fuori di novanta gradi, lasciando il campo libero ai propri caccia. Solo l’Alfieri, quando giá la nave era in fase di affondamento, riuscí a lanciare qualche siluro, che non andó a segno, e rispose col cannone al fuoco di un caccia nemico che gli era giunto vicinissimo. Il Carducci tentó di stendere una cortina fumogena, ma fu presto colpito dalle artiglierie secondarie delle corazzate e poi finito da un caccia britannico. Gli altri due caccia della nona squadriglia, probabilmente incapaci di discernere cosa stesse succedendo, poterono solo dileguarsi nella notte.

Quando il fuoco inglese inizió, gli Italiani avevano appena scorto il Pola, che aveva lanciato un razzo Very rosso quando aveva intravisto le corazzate inglesi, scambiandole per unitá amiche. L’istante in cui Cattaneo si avvide della presenza del nemico fu immediatamente troppo tardi: i sistemi vitali delle navi furono messi fuori uso dai proiettili da 381 mm delle corazzate, sicchè Zara e Fiume passarono in pochi secondi da essere navi da guerra a torce galleggianti. La testimonianza del Capitano (G.N.) Parodi, un sopravvissuto dello Zara, inclusa sia nell’opera di Roskill, che ne Le Battaglie Navali del Mediterraneo nella Seconda Guerra Mondiale di Arrigo Petacco, documenta come su quell’unitá la disciplina venne mantenuta anche in quelle difficili circostanze. Ci furono, durante e dopo l’agonia delle varie navi, episodi di grande valore individuale e val la pena di citarne un paio di esempi. Dopo essersi a lungo prodigato ad aiutare i membri dell’equipaggio feriti, il C.F. Giannattasio, comandante in seconda dello Zara, ricevette l’ordine di far brillare le mine predisposte per l’autoaffondamento della nave. Egli rifiutó l’aiuto di un altro ufficiale e andó da solo a innescare le cariche esplosive pur sapendo che quell’atto gli sarebbe costata la vita. Naufrago, il comandante del Carducci, C.F. Ginocchio, riuscí a mantenere la disciplina e la speranza fra i suoi uomini, evitando cosí gli episodi di follia collettiva e individuale che portó molti a buttarsi in mare nel vano tentativo di raggiungere navi o terre inesistenti. Si trattó proprio di quel valore individuale che Cunningham non esitó a riconoscere nel nemico, ma che non potè mai controbilanciare le “irrimediabilmente superate” tecniche di combattimento della Regia Marina.

Avendo avuto facilmente ragione di Cattaneo, Cunningham dovette decidere se valeva la pena di proseguire l’inseguimento o se invece fosse il caso di permettere alle sue navi di rimettersi in formazione e ritornare alla base. Nello scegliere quest’ultima strada, egli diede l’ordine a tutte le unitá non direttamente impegnate contro il nemico di cambiare rotta e ricongiungersi a lui il mattino successivo. L’ordine non avrebbe dovuto competere nè a Mack, nè a Pridham-Wippell, ma il secondo non se ne rese conto e lo eseguí comunque. Mack invece, dopo aver cambiato rotta, chiese un chiarimento, e Cunningham gli ordinó di riprendere l’inseguimento. L’operato di Pridham-Wippell, marcato da scarsa convinzione ed insufficiente energia, destó delle velate critiche da parte del Comandante in Capo britannico, che del resto non ne lesinó allo stesso Mack per aver anche lui mantenuto una formazione raccolta anzichè disporre le sue navi a rastrello. L’osservazione poteva anche essere valida, ma è ben difficile che Mack, qualunque fosse stata la disposizione delle sue navi, avrebbe mai potuto raggiungere Iachino in quanto le informazioni sulle quali basó la sua ricerca erano, come si è detto, errate.

Il caposquadriglia inglese continuó cosí nella sua inutile ricerca per un paio d’ore. Invertí la rotta quando gli giunse un messaggio in cui uno dei caccia che erano rimasti nella zona dello scontro segnaló la presenza di una corazzata tipo Littorio, ferma. Si trattava in realtá del Pola, ma quando la rettifica arrivó, Mack era giá sulla via del ritorno, senza piú alcuna speranza di poter riacciuffare Iachino. Avvistato il Pola, Mack prese a bordo molti superstiti e poi mandó a fondo l’incrociatore col siluro. L’equipaggio inglese ebbe l’impressione che sul Pola ogni parvenza di disciplina e organizzazione fosse svanita. In effetti, dopo il colpo incassato diverse ore prima, c’era stato un momento di panico in cui molti uomini si erano gettati in mare[10]. Accortisi poi che la nave non correva rischio immediato di affondare, essi chiesero ed ottennero di essere issati di nuovo a bordo ma, intirizziti e senza possibilitá di asciugare gli abiti bagnati, si denudarono e cercarono di combattere il freddo con bevande alcooliche. Quello spettacolo poco edificante di uomini nudi e in stato di ebbrezza, sdraiati in coperta fra mucchi di vestiti bagnati e bottiglie di liquore che rotolavano un pó dappertutto, fu la prima impressione che gli Inglesi ebbero del Pola. Non c’è da stupirsi che la loro propaganda, esagerando l’episodio, lo resero ancora piú imbarazzante per gli Italiani.

Come molti marinai del Pola, la maggior parte di coloro che sopravvissero a Matapan furono presi a bordo delle navi inglesi la mattina del 29 Marzo, quando cioè la squadra britannica stava rimettendosi in formazione alla volta del ritorno. Anche qualche unitá della marina greca soccorse dei superstiti, che furono liberati dopo un breve periodo di prigionia quando la Grecia si arrese all’Asse. Fra questi, il S.T.V. Vito Sansonetti, figlio dell’ammiraglio che comandava la terza divisione. L’ironia della sorte volle che, proprio mentre erano impegnate nelle operazioni di soccorso, l’aviazione tedesca attaccasse le navi di Cunningham, il quale ritenne opportuno rimettersi in moto. L’ammiraglio inglese fece comunque trasmettere in chiaro, a Roma, le coordinate del punto dove si trovava la maggior parte dei naufraghi e Riccardi, nel ringraziarlo, gli fece sapere che la nave ospedale Gradisca era giá in rotta. Interessante notare che lo era giá dalle 17 del 28 Marzo: Riccardi, o chi per lui, aveva messo le mani avanti.

Bersagliati dal sole durante il giorno e afflitti dal freddo durante la notte, i naufraghi videro le loro fila, e le loro speranze, assottigliarsi di ora in ora, con uomini che soccombevano alle loro ferite, alla sete, o alla pazzia, senza che i loro compagni, indeboliti dalle sofferenze, potessero fare la qulunque per aiutarli. Quando la Gradisca arrivó in zona, riuscí a recuperare appena 160 uomini e per qualche tempo si trovó letteralmente a navigare in un mare di morti galleggianti. È quasi certo che la bassa velocitá della nave ospedale, unita alla scarsa efficienza dei suoi proiettori, che rendevano problematiche le operazioni di ricerca nelle ore notturne, fecero sí che il novero dei caduti si ingrossasse ancora di piú.

Prima di concludere la triste narrativa di Matapan bisogna ritornare brevemente a ció che successe sul Veneto e a Supermarina durante la missione di salvataggio di Cattaneo. Iachino, infatti, informó debitamente il Quartier Generale del colpo accusato dal Pola e della sua decisione di inviare la prima divisione per soccorrerlo. L’ammiraglio interpretó l’assenza di reazione da parte di Roma come un tacito assenso e continuó nella sua navigazione notturna. A detta di Fioravanzo ne Le Azioni Navali in Mediterraneo, Supermarina volle cautelarsi in previsione di un possibile attacco inglese durante la mattinata del 29 mandando anch’essa un messaggio a Cattaneo. Si direbbe che nemmeno al Quartier Generale fosse stata presa in seria considerazione la possibilitá di uno scontro notturno, un’osservazione che ritengo importante e sulla quale avró occasione di ritornare. In quanto al testo del messaggio, esso ricalcava quanto aveva giá detto Iachino, ma con l’aggiunta dell’esplicito permesso di affondare, se necessario, il Pola. A Supermarina peró, questa autorizzazione, che in realtá avrebbe dovuto essere implicita giá nel messaggio di Iachino, fu ritenuta al di lá della competenza dell’ammiraglio di turno, per cui essa fu richiesta al Capo di Stato Maggiore, Amm. Riccardi, che invece di concederla prontamente si rivolse a sua volta a Mussolini. Il risultato fu che quell’inutile comunicazione fu inviata allo Zara quando l’unitá non era piú in grado di riceverla. Seppure, contrariamente al pensiero di Mattesini, dubito che essa avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi, condivido l’opinione di quell’autore quando afferma che il lungo iter del messaggio mette in risalto la mancanza di iniziativa e la tendenza allo scaricabarile diffusi negli alti comandi italiani in quell’infelice periodo.

In quanto a Iachino, egli si rese conto che Cattaneo era nei guai quando vide dei bagliori all’orizzonte e chiese a entrambi gli ammiragli subordinati se le loro navi fossero sotto attacco. Il Trieste rispose negativamente; lo Zara, come si puó facilmente immaginare, non rispose.


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[1] In netto contrasto con le ottime informazioni che trasmise Bolt, l’equipaggio di un altro velivolo inglese a un certo punto trasmise informazioni totalmente errate. Per grande fortuna di Cunningham, il messaggio si perdette nell’etere perché, se fosse arrivato, avrebbe, a detta degli stessi Inglesi, molto fuorviato gli inseguitori.
[2] In realtá, in quel momento Cunningham distava solo cinquantacinque miglia. Iachino disse piú tardi che l’arrivo quasi simultaneo di quel messaggio e della notizia del siluramento del Pola fece sí che egli non potesse dedicare alla segnalazione l’attenzione dovuta. Mattesini fa notare che passarono ben sei minuti, che avrebbero dovuto essere sufficienti. Che lo fossero o no, comunque, sembra strano che qualche ufficiale del suo stato maggiore non ritenne di attirare sul messaggio l’attenzione dell’ammiraglio.
[3] Il siluro aveva causato l’allagamento di diverse caldaie e danni tali alle tubature del vapore che nessuna delle rimanenti caldaie potè essere messa in funzione, sicchè la nave rimase immobile, senza elettricitá, ed impossibilitata a utilizzare le artiglierie.
[4] Mattesini, nell’opera citata, offre un’altra possibile spiegazione: forse Cattaneo tornó indietro in quella discutibile formazione e a velocitá moderata perché, temendo proprio di imbattersi nella squadra inglese, stava cercando di far sí che il nemico fosse avvistato prima che le sue navi entrassero nella delicata fase del rimorchio. Durante o dopo quella fase, infatti, in caso di incontro il disimpegno sarebbe divenuto molto piú difficile. Malgrado la mia stima per Mattesini, trovo l’ipotesi difficilmente credibile.
[5] In un libro poco noto dal titolo Il Comandante Aspetta l’Alba, l’autore Guido Minchilli indica che il Caposquadriglia, C.V. Toscano, era particolarmente preoccupato per la scarsa quantitá di carburante rimasta a bordo del Carducci. Minchilli non era presente a Matapan, ma ebbe modo di parlare con alcuni dei superstiti dell’Alfieri, l’unitá comandata da Toscano, sul quale era stato in precedenza assegnato come corrispondente di guerra.
[6] Erano giunte agli Inglesi segnalazioni errate in cui i due Abbruzzi erano stati scambiati per corazzate, essendo il loro profilo molto simile ai tipi Cavour. Pridham-Wippell, quindi, credeva che c’erano almeno due corazzate fra le navi a cui stava dando la caccia e ritenne di dar precedenza alla loro ricerca.
[7] Cosa sarebbe successo se Pridham-Wippell avesse intercettato Cattaneo è impossibile dire con sicurezza, ma è probabile che gli Inglesi, che non solo erano giá sul chi vive, ma erano anche in grado di combattere di notte, avrebbero avuto la meglio. Gli Zara, peró, erano navi piuttosto robuste, sicchè avrebbero potuto incassare un buon numero di colpi da 152 mm prima di doversi fermare. È quindi possibile, soprattutto se i caccia di Toscano fossero intervenuti prontamente, che le navi di Cattaneo avrebbero potuto riuscire a farla franca, anche se magari un pó malconce. La considerazione, come quella fatta in precedenza circa i tipi Trento, è naturamente destinata a rimanere prettamente accademica.
[8] È accertato che quella nave non poteva essere un incrociatore, ma cosa fosse in realtá nessuno seppe mai. Le versioni inglesi dei fatti di quella notte sostengono per lo piú che si trattasse dell’Alfieri, e che la presenza del caccia in testa fosse dovuta al fatto che forse Cattaneo volle cambiare la disposizione della scorta in previsione della delicata manovra che gli incrociatori avrebbero dovuto fare per poter effettuare il rimorchio del Pola. Questo peró non trova conferma nelle testimonianze dei sopravvissuti del caccia italiano, che affermarono invece di aver osservato gli effetti delle esplosioni sul Fiume quendo l’incrociatore era in posizione piú avanzata rispetto all’Alfieri, indicando quindi che la loro era la terza nave della fila.
[9] Il comandante del Gioberti, C.F. Raggio, tentó a un certo punto di dirigersi sul nemico, ma, abbagliato dai proiettori e dagli incendi, e incapacitato a distinguere le navi nemiche, finí col rinunciare. Del resto, a quel punto le corazzate avevano giá accostato in fuori e si stavano dirigendo verso nord.
[10] Tra coloro che finirono in mare durante il disastro di Matapan, riuscirono a sopravvivere soprattutto coloro che ebbero, oltre alla fortuna di essere soccorsi, l’accortezza di indossare indumenti pesanti e di evitare di immergere la testa. Il freddo intenso di quella prima notte, infatti, stroncó molti di quanti non avevano trovato posto su lance o battellini di salvataggio.

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