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Gaudo e Matapan

di Marc De Angelis


In seguito al loro colloquio, Campioni e Riccardi presero comunque la decisione di modificare leggermente il piano dell’operazione. Le segnalazioni che erano loro giunte infatti, indicavano che il traffico inglese per la Grecia era stato interrotto; forse sperando che a sud di Creta ci fosse ancora selvaggina da cacciare, i due Ammiragli decisero di dirottare il gruppo Zara, che si sarebbe dovuto dislocare a nord dell’isola, e farlo congiungere col resto della squadra, diretta piú a sud. Questo cambiamento, fatto all’ultimo secondo, costituí una mezza misura che probablilmente non giovó alla riuscita dell’operazione. Difficile peró affermare che fu dannosa visto che di navi mercantili in quelle acque non ce n’erano nè a nord, nè a sud di Creta.

Le Regie navi avevano lasciato le basi a gruppi, colla divisione Trieste (Amm. Sansonetti) in testa, la divisione Zara (Amm. Cattaneo) arretrata, e il Vittorio Veneto, sede del comando squadra, piú o meno al centro di questa lunga teoria di navi che si estendeva per diverse decine di miglia quadrate di mare. La foschia e il vento di scirocco rese il mantenimento delle varie formazioni difficoltoso, ma tutti i cacciatorpediniere di scorta, cioè le navi che tenevano il mare peggio, riuscirono a mantenere la velocitá stabilita. La rotta prevista al momento del giá citato avvistamento delle navi di Sansonetti da parte del ricognitore britannico era 134, cioè piú a sud del necessario, in quanto Iachino desiderava, se avvistato, che il nemico lo credesse diretto verso la Libia. Il pilota inglese, peró, segnaló che gli incrociatori erano su rotta 120, cosa che avrebbe lasciato supporre una destinazione piú verso levante: Creta, per l’appunto. Il lieve errore di stima degli aviatori nemici, dunque, resero vano il tentativo di Iachino di trarre in inganno la ricognizione e finí col confermare quanto Cunningham giá sospettava. L’ammiraglio italiano venne a conoscenza del testo del radiomessaggio inviato dal ricognitore piuttosto velocemente grazie all’opera dei crittografi agli ordini del comandante Porta, che egli ebbe l’accortezza di imbarcare sul Veneto. Se si fosse affidato solo a Supermarina, l’avrebbe saputo con diverse ore di ritardo.

La preparazione di Cunningham era stata meticolosa e, come fanno notare molti autorevoli autori, facilitata dai collegamenti fra le varie forze a sua disposizione che, essendo assai piú snelli e diretti di quelli in vigore fra i comandi italiani, favorirono sempre una cooperazione molto piú efficace fra aviazione e marina. Oltre a disporre di un certo numero di velivoli di base negli aeroporti di Creta, della Grecia e dell’Africa Settentrionale, Cunningham disponeva di una trentina di apparecchi sulla portaerei Formidable. Nel complesso, seppure il numero di velivoli a loro disposizione non fosse esorbitante, la superioritá degli Inglesi era nella assai maggiore flessibilitá di impiego delle loro forze. Vedremo infatti che Cunningham potè sempre passare ordini ai suoi velivoli quasi in tempo reale, mentre qualunque richiesta di Iachino sarebbe dovuta andare attraverso Supermarina, che l’avrebbe poi trasmessa a Superaereo, che a sua volta l’avrebbe trasmessa ai comandi locali. Tra le lungaggini burocratiche, la messa in codice, e la decrittazione, l’iter avrebbe potuto richiedere molte ore.

Per quanto riguarda le navi, Cunningham aveva alle sue dirette dipendenze la squadra da battaglia di base ad Alessandria, (l’ammiraglia Warspite, Valiant, e Barham), con le quali avrebbe navigato anche la giá citata Formidable, piú un certo numero di caccia di scorta. Va notato che, tra le corazzate, solo la Valiant era dotata di radar. Comandati dall’Amm. Pridham-Wippell e di base al Pireo, vi erano poi quattro incrociatori leggeri e la loro scorta di caccia. Furono proprio queste unitá, che Cunningham fece salpare in anticipo e che la mattina del 28 erano disposte a circa ottanta miglia ad ovest del grosso, a costituire l’avanguardia della Royal Navy durante l’operazione. Il loro contributo al successo britannico fu importante anche se il loro impiego, almeno nella seconda parte dell’operazione, non fu proprio brillante. Per completare il quadro, andrebbero inclusi anche tre caccia britannici a cui fu affidato il compito di pattugliare la zona del canale di Cerigo, e delle unitá sottili greche le quali, per un disguido, non furono utilizzate che in operazioni di soccorso la mattina del 29 Marzo.

Le corazzate britanniche salparono da Alessandria il 27 Marzo dopo il tramonto per evitare che qualche spia riferisse tempestivamente la loro partenza. Iachino aveva usato uno stratagemma simile nella partenza del Vittorio Veneto da Napoli, ma Cunningham fu piú fortunato: non solo nessuno segnaló la sua partenza, ma il giorno successivo nessuna ricognizione fu eseguita sul porto di Alessandria, sicchè per tutta la giornata del 28 Marzo gli Italiani non seppero mai con sicurezza la composizione della squadra nemica anche dopo aver stabilito per certo che gli Inglesi avevano preso il mare. Non solo, ma malgrado uno dei cinque sommergibili italiani in zona avesse rilevato agli idrofoni il rumore delle navi in uscita da Alessandria, nessuna segnalazione fu fatta[1]. Cunningham ebbe tuttavia un contrattempo in quanto nella manovra di uscita la Warpite intasó i condensatori passando sopra un basso fondale. Il risultato fu un temporaneo rallentamento, che si verificó quando, la mattina successiva, l’ammiraglio mise a tutta forza. L’inconveniente non solo causó la perdita di un paio di nodi rispetto alla velocitá massima, che non superava i ventiquattro nodi per Waspite e Queen Elisabeth, e ventidue per la Barham, ma, come vedremo, contribuí a scompaginare la formazione inglese. Ció rese piú difficile alla ricognizione dell’Asse l’esatta stima della composizione della squadra durante la gran parte della mattinata e del primo pomeriggio del 28 Marzo.

In contrasto col nemico, il collegamento tra aerei dell’Asse e navi italiane era, come si è detto, piuttosto laborioso, ma quel 27 Marzo esso fu praticamente inesistente in quanto l’esercitazione che prevedeva il sorvolo delle navi non potè essere effettuata con successo per via della foschia. La misura, seppure tardiva e di discutibile utilitá, avrebbe almeno, qualora fosse riuscita, mantenuto in vita tra gli equipaggi la speranza di ricevere un minimo di protezione dall’alto durante la giornata successiva. Non riuscí e Iachino, a ragione, se ne preoccupó. La notte fra il 27 e il 28 Marzo passó comunque piuttosto tranquilla in quanto la velocitá delle navi, relativamente alta, le rendeva difficile preda dei sommergibili e la ricognizione nemica non era ancora equipaggiata coi mezzi necessari per poter essere efficace di notte (lo fu da lí a pochi mesi, e il traffico mercantile per la Libia ne risentí). Fu poco dopo l’alba del 28 che si verificó il primo contatto fra le due squadre, quando il ricognitore decollato dall’ammiraglia italiana avvistó le navi di Pridham-Wippell proprio pochi minuti prima che Iachino confermasse alle sue navi l’ordine di tornare indietro se per le 7 non fosse stato fatto alcun avvistamento. Poco dopo, due dei ricognitori inviati dagli Inglesi segnalarono navi italiane. In un primo momento, Pridham-Wippell pensó che almeno uno di essi avesse preso un granchio e segnalato le sue navi invece del nemico. Anche Iachino, piú tardi, ebbe simili dubbi, ma non ebbe il beneficio di una conferma che invece ebbe il collega inglese, per il quale ogni possibilitá di equivoco svaní quando si vide sparare addosso dagli incrociatori di Sansonetti.

Entrambe i gruppi di incrociatori avevano il compito di adescare il nemico e farsi inseguire verso la squadra principale, che nel caso di Sansonetti era molto vicina, ma nel caso di Pridham-Wippell distava almeno settanta miglia. Un rapido confronto tecnico delle forze contrapposte, fatto a posteriori, indicherebbe che, se avesse lasciato che la distanza fra le due divisioni scadesse entro la gittata utile delle sue artiglierie, Pridham-Wippell avrebbe avuto discrete probabilitá di successo contro Sansonetti[2]. Se ció fosse avvenuto, tuttavia, le sue navi avrebbero dovuto poi vedersela con Iachino. Stando ai dati in suo possesso relativi alle navi nemiche, l’Ammiraglio inglese ritenne di essere in condizioni d’inferioritá, e del resto i suoi ordini gli imponevano di navigare verso la squadra di Cunningham invece di avvicinarsi agli Italiani. L’inutile sparatoria di Sansonetti proseguí fino a quando Iachino, constatato che il tiro italiano era inefficace e che invece di attirare il nemico ad ovest stava spingendo le sue navi troppo a levante, gli intimó di disimpegnarsi. Il combattimento, che passó alla storia come la prima fase dello Scontro di Gaudo, fu quindi interrotto pochi minuti prime delle nove.

Quasi contemporaneamente all’inversione di rotta delle navi italiane, arrivó a Iachino il radiogramma di un ricognitore dell’Egeo che segnalava la presenza in mare di una notevole forza nemica. L’avvistamento, fatto piú di un’ora prima, indicava una posizione sufficientemente vicina a quella occupata dalle navi italiane alla stessa ora, sicchè l’errore risultó ovvio. In realtá, la forza di Cunningham si trovava a quel punto a circa novanta miglia a sud-est del Veneto e la sua presenza era sconosciuta a Iachino, come del resto era tutt’ora sconosciuta agli Inglesi la presenza della corazzata italiana. A buon conto, Pridham-Wippell cominció a tallonare Sansonetti al limite della visibilitá.

Iachino aveva intrapreso l’operazione con propositi offensivi, ma non aveva trovato bersagli, eccezion fatta per quegli incrociatori che ora gli stavano a qualche miglio di poppa. Fatti i debiti calcoli, l’ammiraglio italiano decise quindi di tentare un agguato accostando a sud con la sua corazzata mentre Sansonetti invertiva la marcia per prendere gli Inglesi fra due fuochi. La manovra fu ben eseguita, ma non riuscí perché Pridham-Wippell si trovava in realtá piú a nord di quanto Iachino stimava, sicchè il fuoco della Vittorio Veneto non si incroció con quello della 3a divisione di Sansonetti, che arrivó quando giá gli Inglesi erano in fuga. Pridham-Wippell passó comunque un momentaccio, ma fu salvato dal provvidenziale intervento degli aerosiluranti della Formidable. Sebbene il loro attacco fallí, essi costrinsero il Veneto ad accostare, permettendo agli incrociatori di sottrarsi al tiro dei grossi calibri italiani. Intorno alle 11,40, Iachino, che non aveva nè avvistato, nè avuto notizie di alcun traffico mercantile, non avendo piú alcuna speranza di raggiungere Pridham-Wippell e calcolando che i cacciatorpediniere di scorta non avevano autonomia sufficiente per continuare ad incrociare a lungo in quella zona, prese per la seconda volta la via del ritorno.

Cunningham era, a quel punto, a circa settanta miglia a sud-est dell’ammiraglia italiana, e sapendo che il nemico era piú veloce, poteva sperare di forzare il combattimento solo se fosse riuscito in qualche modo a rallentare gli Italiani. L’unico modo per sortire quell’effetto era un attacco aereo, e difatti, a partire da mezzogiorno, le Regie navi furono attaccate ripetutamente, sia da aerei terrestri che da velivoli imbarcati. Fu proprio durante questi attacchi, due dei quali, come vedremo, furono coronati da successo, che uno dei tanti nodi del piano operativo italiano venne al pettine: nessuna missione di scorta aerea era infatti prevista per il pomeriggio di quel fatidico 28 Marzo[3].


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[1] A quanto pare nemmeno i comandanti dei sommergibili erano stati edotti sui dettagli dell’operazione, sicchè il pur brillante Tenente Mario Arillo non ritenne che quei rumori fossero sufficientemente importanti da segnalare immediatamente a Roma.
2] Questa valutazione, che in una discussione accademica troverebbe sicuramente molti pareri contrari, si basa sui seguenti fattori: 1) le artiglierie italiane, seppure avevano un calibro e una gittata maggiore, avevano una cadenza di tiro piú lenta di quelle nemiche, che del resto erano superiori di numero (36 cannoni da 152 mm contro 24 da 203); 2) gli incrociatori del tipo Trento avevano dei sistemi di puntamento piuttosto antiquati che, aggiunti alla nota ed endemica dispersione longitudinale delle salve, rendeva molto impreciso il tiro. In effetti, durante lo scontro di Gaudo, tutte le salve italiane furono corte proprio perché la distanza del bersaglio fu sottovalutata; 3) la velocitá degli incrociatori italiani, sulla carta superiore, era in pratica pari o addirittura inferiore a quella dei bastimenti inglesi, tant’è vero che, quando gli Inglesi aumentarono la velocitá, Sansonetti non riuscí a serrare le distanze; 4) i Trento adottavano, nella parte strutturale, soluzioni tecniche superate, rendendoli piú vulnerabili di quanto lo spessore della corazzatura (di per sè giá marginale) non lasciasse pensare.
[3] Come fa giustamente notare Mattesini, per quanto quella tara fu grave, bisogna anche tener presente che, nella maggioranza dei casi, le navi italiane furono attaccate al di fuori del limite d’autonomia sia dei velivoli da caccia italiani che di quelli tedeschi, il che mette in ulteriore evidenza i difetti di organizzazione dell’operazione e le pecche tecniche dell’apparato bellico italiano.

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