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La Battaglia di Punta Stilo

di Cristiano D'Adamo


La Warspite aprì il fuoco contro il Da Barbiano e Di Giussano i quali, a detta degli inglesi, stavano cercando di aggirare il gruppo britannico per poi attaccare l’Eagle ed il danneggiato Gloucester. Queste unità, con la scorta di alcuni caccia, erano state lasciate a circa 10 miglia dal gruppo principale così che potessero essere adeguatamente protette. Una nave portaerei, e soprattutto una come l’Eagle senza corazzatura, non avrebbe avuto nessun uso tattico nel mezzo di uno scontro balistico poiché sarebbe stata molto esposta. Il Glocester, invece, era stato seriamente danneggiato durante un attacco aereo riportando la distruzione del ponte comando la perdita del comandante, di vari ufficiali e marinai. Ammirabilmente, la nave fu manovrata dalla stazione d’emergenza poppiera.

Ancora una volta, le salve britanniche erano accurate, ma non raggiunsero il bersaglio. Durante questa fase, la Warspite compì una completa evoluzione seguita da una larga "esse" consentendo così alla più lenta Malaya di raggiungerla. La Royal Sovereign, che era alquanto più lenta, non riuscì mai a raggiungere il resto del gruppo e quindi non partecipò alla battaglia. Malgrado ciò, se Campioni, come vedremo, avesse deciso di continuare il combattimento, quest’unità sarebbe riuscita ad entrare in zona in pochi minuti lasciando gli Italiani malamente sopraffatti.

Intorno alle 15,23, dopo l’azione condotta dagli incrociatori, le due corazzate italiane e gli incrociatori pesanti cambiarono rotta puntando decisamente contro i britannici. L’Eugenio di Savoia lanciò un RO43 che, poco dopo, fu seguito da un caccia Sea Gladiator lanciato dalla Eagle per opporlo. Questi era il solo caccia disponibile sulla portaerei. Subito dopo, la Warspite lanciò il suo idrovolante per aiutarla nel controllo del tiro. Intorno alle 15,45, e fino alle 15,52, la scorta dei cacciatorpediniere della Warspite si mosse portandosi a dritta della corazzata (dietro, dal punto di vista del gruppo italiano).

Alle 15,52, la Cesare finalmente aprì il fuoco contro la Warspite ad una distanza di 26.400 metri. La Regia Marina seguì una regola importantissima acquisita dopo la battaglia dello Jutland e a ciascuna nave da battaglia fu assegnato un solo bersaglio. La Cesare avrebbe ingaggiato la Warspite mentre la Cavour avrebbe aspettato la Malaya ed, eventualmente, la Royal Sovereign. Dopo la battaglia, molti criticarono questa strategia asserendo che il fuoco combinato delle due corazzate contro la Warspite avrebbe avuto una maggiore possibilità di successo. Purtroppo, questi critici dimenticarono che durante una azione combinata il personale di tiro avrebbe avuto grandi difficoltà nell’individuare il loro proietti e quindi fare i necessari aggiustamenti.

Alle 15,53 la Warspite aprì il fuoco senza peraltro realizzare che solo la Cesare era al momento ingaggiata. Il tiro dei britannici era diviso in quello che è comunemente noto come una "volley", con le torri prodiere puntate alla Cesare e quelle poppiere alla Cavour. Durante questo scambio, una salva "lunga" della Cesare sorvolò la Warspite per poi finire in acqua vicino ai caccia Hareward e Decoy causando dei danni minori. Questo colpo fortunato fu anche confermato dal Cunningham, ma il fatto che i lavori di riparazione non furono completati fino alla fine d’agosto potrebbe suggerire che il danno attuale fu un po’ più che "minore".

Alle 15,45 la Malaya aprì il fuoco che continuò fino alle 15,58. La distanza era troppo alta, ma l’intento di convincere Campioni che fosse sotto attacco riuscì. Campioni sperava che i cannoni da 203 degli incrociatori pesanti potessero essere d’aiuto, ma queste unità non erano ancora in formazione. Dato che l’Amm. Palladini, il comandante del gruppo, era a bordo dell’ultimo incrociatore, assunse il comando l’Amm. Cattaneo, a che era a bordo del Pola,.

Alle 15,55 il Trento aprì il fuoco contro la Warspite sparando tre bordate. Il Bolzano non poté seguire dato che era ingaggiato in uno scontro con gli incrociatori di Towey i quali stavano rientrando in scena. Alle 15,59, due proietti della Cesase furono chiaramente visti cadere vicino la Warspite. Nel 1948, Cunningham confermò questo fatto giudicando la distanza "due cavi", una vecchia misura nautica inglese da tempo in disuso ed equivalente a circa 360 metri. Successivamente, alcuni autori dichiararono questa distanza alquanto inferiore.

Subito dopo, un proietto da 381 della Warspite trovò il suo bersaglio colpendo la Cesare nel fumaiolo poppiero per poi attraversarlo ed andare a sprofondare sul ponte. Fortunatamente per la Cesare, il proietto, probabilmente difettoso, esplose contro la lamiera del fumaiolo invece che nel ponte. I danni furono immediati; schegge lanciate dal proietto causarono un incendio in una riservetta per un cannone antiaereo da 37 mm, causandone l’esplosione. I turboventilatori immediatamente aspirarono il fumo inquinando la sala macchine e costringendo allo spegnimento di quattro delle otto caldaie. La velocità scese a 25 nodi e dopo due minuti a 20 per poi giungere a 18. La nave perse l’elettricità di bordo per circa 30 secondi. La Cavour velocemente raggiunse la sua gemella.

I danni attuali erano in verità meno di quelli temuti; la nave era ancora in perfette condizioni di combattimento, ma aveva perduto velocità, che, comunque, riaumentò solamente dopo che due delle quattro caldaie furono riattivate. I resoconti italiani e quelli britannici, da qui in poi, sono alquanto contraddittori. Il resoconto australiano sembra confermare il fatto che sia la Cesare che la Warspite ruppero il contatto quasi nello stesso momento. Infatti, un minuto dopo aver colpito la Cesare, la Warspite virò a dritta molto rapidamente causando una diminuzione della velocità da 24,5 nodi a 17. Questa manovra fu immediatamente rilevata dagli stereoscopi italiani ed anche dal RO43 lanciato dal Barbiano. Questo cambiamento di rotta così repentino ammutolì temporaneamente i cannoni britannici i quali probabilmente spararono l’ultima salva dalla torretta superiore poppiera intorno alle 16,04 (alle 16,03 a detta dei resoconti italiani).

La Malaya continuò a far fuoco, ma vedendo che i suoi proietti stavano cadendo circa 27.000 metri corti dal bersaglio, anche lei cambiò rotta e si ricongiunse con la formazione. Alle 16,01, Campioni ordinò un cambiamento di rotta che fu attuato due minuti più tardi. Qui le interpretazioni sono differenti; Cunningham la definisce una ritirata mentre Campioni afferma che si sta eseguendo una manovra da manuale per consentire l’intervento dei caccia. La cortina fumogena, che Cunnigham attribuisce agli incrociatori dedicati alla difesa della corazzata danneggiata, era invece quella generata dai caccia in preparazione per l’attacco. Questa è una tattica ben conosciuta che fu utilizzata, in modo brillante, dagli stessi britannici durante la Seconda battaglia della Sirte. Il concetto è semplice; creare un muro di fumo dal quale, improvvisamente, i caccia si lanciano ad alta velocità per silurare il nemico. Il fumo visto da Cunningham era quello generato dal gruppo del C.F. Amleto Baldo a bordo dei caccia Saetta e Freccia.

Probabilmente, considerando che tre le 15,52 e le 15,58 la Cesare aveva inquadrato il suo bersaglio e che i proietti si stavano pericolosamente avvicinando alla Warspite, Cunningham decise di ritirarsi o aspettare la Royal Sovereign. L’eventuale affondamento della Warspite o danni seri, trovandosi così lontano dal porto, avrebbe messo l’intera flotta in una situazione impossibile. Lo scontro tra le navi di linea era finito; erano passati solo sette minuti dall’inizio dello scontro balistico!


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