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Armi

di Francesco Cestra


Alla data del 10 giugno 1940 la Marina italiana, a fronte di un totale di circa 1,450 lanciasiluri imbarcati sulle unità di tutte le categorie, aveva una disponibilità di oltre 3,650 siluri da 533 e 450 mm., ovvero una media di oltre 2,5 armi per lanciasiluri.

Tuttavia tale media scendeva a valori dell'ordine di 1,5 armi per lanciasiluri per i sommergibili e le siluranti di superficie più moderne. Vi era infatti una certa esuberanza di siluri antiquati da 450 mm. impiegabili solo su unità non più di prima linea mentre esisteva una disponibilità appena sufficiente di armi moderne soprattutto da 533 mm.

Nell'imminenza dell'apertura delle ostilità la Marina provvide quindi a dare notevole impulso alla produzione di siluri contribuendo al potenziamento degli stabilimenti esistenti e migliorando le proprie attrezzature a terra per la manutenzione, la revisione e la conservazione delle armi.

I silurifici operanti in Italia nel 1940 erano tre:
Silurificio Whitehead di Fiume, che era la più antica fabbrica di siluri del mondo essendo sorta nel 1860
Silurificio Italiano di Baia-Napoli in attività dal 1915
Silurificio Motofides sorto a Livorno nel 1937 come stabilimento ausiliario di quello di Fiume.
Complessivamente, dal 10.6.1940 all'1.9.1943, furono impiegati dalle unità italiane oltre 3,700 siluri, per la maggior parte di tipo moderno. 546 nel 1940

1,185 ne1 1941
1,600 nel l942
350 nel 1943

I siluri in servizio nella Marina italiana durante la seconda guerra mondiale erano, come quelli della maggior parte delle altre Marine, di due calibri: 533,4 mm. (21 pollici) e 450 mm. (17,7 pollici). L'unica eccezione fu costituita da poche decine di armi di origine francese, calibro 550 mm. (21 ,7 pollici) e 400 mm. (15,7 pollici), imbarcate su alcune unità di preda bellica francesi e jugoslave.

Con l'esclusione delle poche armi ex francesi di cui sopra e di alcune decine di siluri elettrici tedeschi tipo «G.7e» da 553 mm. ceduti a partire dal 1942, tutti i siluri impiegati dalle unità italiane erano di progettazione e costruzione nazionale. Si trattava nella totalità di armi del tipo ad aria riscaldata, con macchina alternativa. Questo motore era un quattro cilindri Brotherhood sui modelli piu' vecchi e un due cilindri sui nuovi W. I modelli SI avevano un motore radiale a doppia fila di 8 cilindri. Piu` tardi, la SI introducette un motore in linea da 8 cilindri e si crede che un modello a V da 12 cilindri fosse allo studio.
Verso la metà degli «anni trenta» sia la Società Whitehead che il Silurificio Italiano erano riusciti a mettere a punto siluri da 533 capaci di sviluppare 50 nodi per la corsa da 4,000 metri e siluri da 450 con velocità di 42 nodi sulla corsa di 3,000 metri.

Nonostante questi brillantissimi risultati, che rappresentavano in quell'epoca un primato mondiale per armi ad aria riscaldata e che sarebbero stati superati solo con l'adozione dell'ossigeno puro o di miscele ossigenate, gli organi competenti della Marina italiana decisero, dopo varie esperienze, di ridurre tali velocità massima rispettivamente a 48 e 40 nodi pur di assicurare, forzando meno il materiale, una maggior sicurezza di funzionamento e la massima regolarità di corsa. Tuttavia essendo riusciti a portare la pressione di carica dell'aria nel serbatoio da 200 a 220 kg./cmq. ed avendo introdotto altri perfezionamenti la «corsa veloce» dei moderni siluri da 450 mm. poté essere portata da 3,000 a 4,000 metri.

533 mm.: 4.000 mt. a 50 nodi per sommergibili e 10.000 mt. a 40 nodi per incrociatori e cacciatorpediniere.
450 mm.: 4.000 mt. a 42 nodi per sommergibili e Mas e 7.000 mt. a 35 nodi per torpediniere.
Come già accennato esisteva una certa esuberanza di armi da 450 mm. rispetto a quelle da 533 mm. Per questa ragione numerose unità subacquee e di superficie avevano alcuni dei lanciasiluri da 533 mm. dotati di «gabbie riduttrici» per permettere l'impiego anche di armi da 450 mm.;

Gli acciarini di cui erano dotati tutti i siluri italiani erano del tipo «universale a pendolo», ovvero ad urto diretto dell'arma contro la carena nemica (con un limite operativo di 15 gradi e 5 nodi). Tale tipo di acciarino rimase quello «standard» per quasi tutta la durata del conflitto; solo nel 1942 cominciarono ad essere introdotte in servizio armi, soprattutto da 450 mm., dotate di acciarino magnetico tipo «S.l.C.» prodotto dal Silurificio Italiano.

Nella stessa epoca cominciarono ad essere impiegati dai sommergibili italiani anche siluri elettrici tipo «G.7e» da 533 mm. con acciarino magnetico ceduti dai tedeschi; si trattava di armi «senza scia» particolarmente efficienti disponibili però in quantitativi molto limitati.

Per quanto si riferisce alle caratteristiche generali, di precisione e di sicurezza di funzionamento, i siluri italiani impiegati durante la seconda guerra mondiale dettero risultati più che soddisfacenti e la Marina italiana non ebbe a lamentare alcun inconveniente di carattere sistematico a cui invece andarono soggetti, ad esempio, alcuni tipi di siluri tedeschi e americani di cui dovette essere addirittura sospeso l'impiego per studiarne, accertarne ed eliminarne i difetti che non erano emersi nei lanci di prova del tempo di pace.

Adattato da "Le Armi delle Navi Italiane Nella Seconda Guerra Mondiale"
di Erminio Bagnasco Edizioni Ermanno Albertelli - Parma 1978 e
"Naval Weapons of WW II" di John Campbell, edizioni Conway Marittime Press


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