OPERAZIONE GAUDO
E
LA NOTTE DI MATAPAN
TOMO VI

 27 ~ 29 marzo, 1941
di Marc De Angelis

Ritorna alla pagina principale

Il dopo-Matapan

Quando le navi superstiti tornarono alle basi, Iachino fu chiamato a rapporto, prima da Riccardi e poi, piú brevemente, da Mussolini.  L’ammiraglio, nel suo incontro col Capo di Stato Maggiore, cercó subito di mettere in luce le carenze delle organizzazioni che avrebbero dovuto facilitare il suo compito, in particolare l’Aeronautica e Supermarina, e lamentó il fatto che la flotta fosse priva di portaerei[11].  Mussolini, che a sua volta aveva da un certo tempo rinnegato, almeno in cuor suo, la teoria che l’Italia, in qualitá di “portaerei protesa nel Mediterraneo”, non necessitava di quel tipo di nave, diede ordine di riprendere i lavori che avrebbero dovuto modificare in portaerei due piroscafi.  La decisione, corretta ma tardiva, finí col non giovare allo sforzo bellico italiano in quanto, al momento dell’armistizio, nessuno di questi bastimenti era pronto.  Del resto, ci sarebbe voluto molto di piú.  Le lezioni del Giappone, degli Stati Uniti, e della stessa Gran Bretagna indicavano che, per arrivare a poter impiegare efficacemente l’aviazione imbarcata, ci sarebbe voluto un periodo di messa a punto che l’Italia, anche cercando di accelerare i tempi facendo tesoro dell’esperienza altrui, non avrebbe mai avuto.

Anche sui temi del radar e del combattimento notturno gli Italiani, almeno a livello ufficiale, caddero dalle nuvole.  Sia Rocca che Mattesini fanno notare che, se la Regia Marina avesse fatto piú attenzione a eventi avvenuti nei mesi precedenti, avrebbe raggiunto la logica conclusione che gli Inglesi non esitavano a utilizzare le grandi navi in condizioni di oscuritá.  Eppure si dovette arrivare a Matapan perché gli Italiani se ne rendessero pienamente conto.  I Tedeschi, da parte loro, si sorpresero che gli alleati non avessero realizzato il radar, il cui principio, è il caso di ripeterlo, era conosciuto.  Si procedette cosí a installare su alcune unitá italiane dei radar tedeschi, come del resto piú tardi si utilizzarono su alcune siluranti dei sonar attivi di progettazione germanica per migliorare la loro efficacia contro i sommergibili.  Queste misure, seppure benefiche, arrivarono sempre troppo tardi per colmare il divario tecnico fra la Regia Marina e la Royal Navy.  Per quanto riguarda le cariche a vampe ridotte sulle grandi navi, questo problema non fu mai, che io sappia, soddisfacentemente risolto. 
 



La nave ospedale Gradisca che partecipo alle operazioni di soccorso dei naufraghi della battaglia di Matapan
(Foto U.S.M.M.)

Se il divario tecnico fra le due marine furono le polveri che esplosero sotto le navi di Cattaneo, le scintille che diedero loro fuoco furono gli errori di quell’ammiraglio e del suo capo.  Si è giá detto che, riguardo al comportamento di Cattaneo, si possono solo fare supposizioni e congetture.  Iachino, da parte sua, difese sempre a spada tratta la sua decisione di mandare in soccorso del Pola l’intera prima divisione.  Per giustificarsi, affermó che sulla base degli scarsi e incompleti dati che aveva a disposizione per valutare la composizione e le intenzioni del nemico, la sua infelice scelta fu logica.  È indubbio che, a torto o a ragione, il quadro della situazione che si andó a formare nella mente dell’ammiraglio durante quel 28 Marzo fu oltremodo ottimista e che egli si convinse che il grosso di Alessandria non era in mare.  Altri sostennero che, anche se le informazioni in possesso di Iachino furono solo quelle che egli piú tardi ammise di aver posseduto (e su questo, come accennato, esistono dubbi) c’erano indizi a sufficienza per ritenere che gli Inglesi erano alle calcagna delle Regie navi.  Si accese quindi, fin dall’inizio, un’aspra polemica, che duró per anni e che, in un certo senso, detrae da un’altra considerazione che ritengo fondamentale per valutare in modo piú completo l’errore di Iachino.  Se anche quella notte la Mediterranean Fleet non fosse stata sul piede di guerra, infatti, sarebbe stato ben difficile che gli Inglesi, sapendo che per mare c’era almeno una grande nave nemica in avaria, non avrebbero fatto di tutto per mandarla a fondo il giorno successivo.  Se avessero sopravvissuto all’oscuritá, dunque, Zara e Fiume, impacciati dal Pola a rimorchio, avrebbero dovuto percorrere centinaia di miglia durante le ore di luce mentre erano ancora vulnerabili alle offese aeree e subacquee nemiche.  Il rischio, in ultima analisi, andava ben al di lá della possibilitá di un incontro notturno con navi di superficie, sicchè la scelta di Iachino sarebbe stata discutibile a prescindere da come in effetti andarono le cose.

L’ombra di Matapan perseguitó sempre Iachino individualmente e la Regia Marina in generale.  Le conseguenze della battaglia, se cosí si puó chiamare Matapan, furono pesanti dal punto di vista delle perdite, ma piú pesanti ancora dal punto di vista psicologico.  Matapan, infatti, costituí un brusco risveglio per quanti, in base agli eventi di Punta Stilo e Capo Teulada, avevano cullato l’illusione di essere in grado di combattere gli Inglesi ad armi pari.  Le voci di un’apparecchio segreto che consentiva al nemico di vedere nell’oscuritá si diffuse tra gli equipaggi, come pure serpeggió il sospetto, mai confermato, che gli Inglesi erano stati informati degli intendimenti italiani da traditori all’interno della Regia Marina.  I movimenti della flotta poi, giá parzialmente paralizzata dalla mancanza di combustibili, furono ulteriormente limitati per evitare di mandare le navi in zone dove la protezione aerea non poteva essere assicurata.  Era come dire che gli ingenti fondi che erano stati stanziati fra le due guerre per costruire la quinta flotta del mondo erano andati a vuoto, o quasi.
 



L'antenna di un radar britannico fisso modello 286M simile a quello
 istallato a bordo dell'Orion e che individuo il Pola.
(Foto Howse)

L’esito di Matapan, che secondo quanto ammise piú tardi Cunningham fu un successo parziale per gli Inglesi, fu psicologicamente benefico per la Royal Navy quanto esso fu nocivo per la Regia Marina.  Cunningham non era nè un innovatore, nè un grande stratega, ma conosceva il Mediterraneo come pochi, era tenace, deciso ed aggressivo e godeva di una stima immensa sia fra gli ufficiali che fra gli equipaggi.  Era, come si direbbe oggi, un capo carismatico di stampo quasi nelsoniano.  Matapan gli conferí un’aura d’invincibilitá facendo sí che egli venisse esaltato forse piú di quanto si meritava.  Nei tempi duri che si andavano prospettando per le sue navi, che di lí a poche settimane avrebbero portato a termine l’evacuazione del corpo di spedizione britannico in Grecia, il ricordo di Matapan rese piú tollerabili i micidiali attacchi aerei che quei bastimenti subirono nell’adempiere all’ingrato compito.  Perduti gli aeroporti della Grecia e di Creta, infatti, le unitá inglesi dovettero navigare a lungo in acque controllate dall’alto dalla Luftwaffe, e molte furono affondate o seriamente danneggiate.  Sarebbe stata un’occasione d’oro per la Regia Marina, che invece non intervenne proprio perché stava ancora leccandosi le ferite subite a Matapan[12].  


[11] Per ironia della sorte, nel periodo tra le due guerre, Iachino scrisse un articolo in cui sostenne che la portaerei non poteva considerarsi un elemento fondamentale di una grande flotta in quanto la sua efficacia non era stata ancora provata.    

[12] Per quanto le grandi unitá non parteciparono a questa parte della campagna per Creta e per la Grecia, sarebbe ingiusto non ricordare l’opera prestata dalle siluranti, ed in particolare dalle due torpediniere che in quell’occasione si coprirono di gloria, cioè Lupo (C.F. Mimbelli) e Sagittario (T.V. Cigala-Fulgosi).

Tomo VII

Ritorna alla pagina principale

 

© 1996-2007 REGIAMARINA (TM) - Terms and Conditions