OPERAZIONE GAUDO
E
LA NOTTE DI MATAPAN
TOMO II

 27 ~ 29 marzo, 1941
di Marc De Angelis

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I Retroscena 

Quasi tutti coloro che scrissero su Matapan dedicarono un certo spazio al congresso di Merano.  È molto diffusa l’opinione che, in seguito a quanto venne discusso durante il congresso, l’operazione di Gaudo e Matapan fu concepita per placare le pressanti richieste dei Tedeschi.  Indubbiamente delle pressioni ci furono, non necessariamente per un’operazione di così ampio respiro, ma più in generale per spronare la Regia Marina ad assumere un ruolo più aggressivo nel bacino orientale del Mediterraneo.  In tale bacino, infatti, transitavano i convogli britannici destinati a rifornire il corpo di spedizione inglese operante in Grecia.  Gli Italiani, per la verità, avevano già da tempo abbozzato dei piani per disturbare quel traffico, ma un’operazione in grande stile così lontana dalle acque nazionali era ritenuta troppo rischiosa perché lo spazio aereo era in mano al nemico, che poteva usufruire degli aeroporti della Grecia e di Creta.  Tali progetti vennero però rispolverati in seguito al congresso di Merano.

Si è anche scritto che il progetto passò dalla fase di studio a quella di pianificazione quando alcuni aviatori tedeschi segnalarono di aver attaccato e silurato due corazzate inglesi.  La segnalazione si rivelò in un secondo tempo errata, e i comandi italiani ne furono debitamente informati ma, per un errore di procedura, la rettifica non arrivò a chi di dovere in tempo utile.  Questa versione, che è la più nota, viene smentita perentoriamente da Mattesini, che offre prove piuttosto valide che sia Supermarina, sia il comandante superiore in mare, Ammiraglio Iachino, vennero a sapere che la Royal Navy disponeva di tre corazzate efficienti quando ancora c’era tutto il tempo per rinviare l’operazione.  L’ipotesi, generalmente accettata, che l’operazione fosse stata concepita sul presupposto che la forza avversaria fosse stata ridotta a una sola corazzata è quindi da ritenersi come minimo sospetta.  C’è peraltro da notare che, indipendentemente da quale delle due versioni sia più vicina alla verità, anche se le due corazzate fossero state realmente messe fuori combattimento le cose non sarebbero cambiate di molto: Cunningham non era il tipo da starsene con le mani in mano quando il nemico era in mare, anche avendo a disposizione una sola nave da battaglia.
 


Una Cartina della zona
(U.S.M.M.)

Un altro interessante aspetto della fase organizzativa di Matapan è costituito dalla difficoltà incontrata nell’assicurare una copertura adeguata in quelle zone di mare dove le navi sarebbero state più vulnerabili all’offesa aerea nemica.  L’incapacità dell’aeronautica di contrastare le azioni offensive degli aerosiluranti britannici, unita alla scarsa resa della ricognizione aerea, fu infatti usata spesso da Iachino e da Supermarina per cercare di attenuare le loro mancanze.  Ma se da una parte tali deficienze, soprattutto la prima, furono palesi, va anche detto che, coi mezzi a disposizione e l’inefficace collegamento esistente tra marina e aeronautica, non sarebbe stato logico aspettarsi di più.  I due problemi di fondo furono, in sostanza, due.  In primo luogo il fatto che aviazione e marina, che in effetti non avevano mai cooperato in pace, si trovavano ora totalmente impreparate a farlo in guerra: le illusioni di chiunque avesse creduto diversamente erano state infrante a Punta Stilo.  Secondariamente, la poca disponibilità di velivoli nelle basi dell’Egeo, nonché la loro scarsa efficienza, erano tali da sconsigliare il porre su di essi la gran parte dell’onere di proteggere la flotta.  Ci si sorprende che nessuno pensò a rinforzare con aerei più moderni ed efficienti quei reparti cui furono affidati i compiti più gravosi.  Ma a quanto pare, e questo sembra davvero incredibile, i vertici dell’aeronautica non erano stati informati dell’importanza e della portata dell’operazione.  Una sorte ironica volle dunque che la Regia Marina, che come vedremo non potè impedire che il nemico comprendesse le sue intenzioni, riuscì invece a tenere all’oscuro i colleghi dell’arma azzurra. 


La famosa macchina ENIGMA
Un’altra fonte di discordia tra coloro che studiarono la battaglia fu l’importanza di Ultra, il servizio d’informazioni britannico che era riuscito a sfondare i messaggi trasmessi in codice con l’apparecchio tedesco “Enigma”.  È opportuno, prima di procedere su questo argomento, fare alcune precisazioni.  Prima di tutto la versione che l’Enigma fosse usata solo dai comandi tedeschi, e questi furono quindi, senza volerlo, responsabili per la fuga di notizie, è errata: se ne servirono anche gli Italiani.  Secondariamente, Ultra non era, generalmente, in grado di leggere i messaggi in tempo reale: usando i rudimentali elaboratori di cui erano dotati i tecnici di Blechley Park ci voleva del tempo, a volte alcuni giorni, per riuscire a “tradurre” i messaggi, e il codice usato veniva cambiato spesso.  La bravura dei crittografi, dunque consisteva non solo nel riuscire a leggere il testo dei messaggi, ma anche nel decidere quali messaggi meritassero la precedenza perché non tutti potevano essere decrittati.  In sostanza, seppure alcune delle informazioni giunte a Cunningham erano dovute a intercettazioni Ultra, per capire che qualcosa stesse bollendo nella pentola dell’Asse ci voleva assai meno.  L’aumentato volume del traffico radio e la dislocazione dei comandi che trasmettevano di più costituirono infatti la prima avvisaglia: ci volle poc’altro per capire quale sarebbe stato l’obbiettivo dell’operazione. 
 


Bletchley Park

Quando le navi lasciarono le loro basi, il nemico non fu certo colto di sorpresa.  C’erano però molte cose che Cunningham non sapeva ancora, come la composizione della squadra italiana, la zona dove essa si sarebbe dovuta dislocare, la sua rotta, eccetera.  Se l’obbiettivo era il traffico di rifornimento verso la Grecia, però, molte delle incognite si potevano dedurre con buona approssimazione.  La prima mossa inglese, fu quindi proprio l’interruzione di tale traffico.  Quando poi un ricognitore segnalò la presenza in mare di una divisione di incrociatori pesanti di tipo Trento, gli Inglesi ebbero la conferma di quanto già sospettavano e gli Italiani, che avevano tanto sperato nella sorpresa, la videro invece svanire.
 



L'Amm. Riccardi al centro e l'Amm. Iachino a sinistra
(Foto U.S.M.M.)
Fu a all’incirca a questo punto che il Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio Riccardi, ebbe un colloquio col suo Capo Operazioni, Ammiraglio Campioni per decidere se era opportuno far proseguire l’operazione.  Negli ultimi tempi non era stata fatta alcuna segnalazione di traffico britannico verso la Grecia, ma forse a questo non si dette troppo peso o si attribuì a deficienze di ricognizione.  Rimaneva il fatto che, per quanto il grosso della squadra italiana non era stata ancora scoperta, il nemico doveva sapere della presenza in mare di almeno una divisione di incrociatori.  Col senno di poi, c’era senz’altro di che annullare l’operazione, o almeno rinviarla.  Perché ciò non fu fatto?  Secondo la versione più accreditata, i fattori che influirono sulla decisione sono svariati.  L’annullamento dell’operazione avrebbe avuto un effetto negativo sul morale degli equipaggi, che già altre volte erano usciti in mare per poi tornarsene indietro senza aver combinato nulla.  La sorpresa, seppure non totale, avrebbe potuto almeno essere parziale dato che la corazzata non era stata ancora segnalata.  In ultimo, l’operazione era stata concepita in parte come gesto di buona volontà verso i tedeschi, sicché il suo annullamento avrebbe dimostrato che le accuse di pavidità e inefficienza mosse implicitamente verso la Regia Marina dagli alleati germanici erano fondate.  Presumendo che i due ammiragli si fossero proprio detti quanto sopra, c’e da dire che, sempre col senno di poi, nessuno di questi motivi giustifica la decisione a cui addivennero: i primi due sono speciosi, il terzo irrilevante.  Campioni e Riccardi erano infatti responsabili per l’uso efficace della flotta come strumento militare, e questa responsabilità l’avevano prima di tutto verso l’Italia.  Essendo venuti a mancare sia l’obbiettivo che la sorpresa, ritenuta un presupposto fondamentale, il valore militare dell’operazione era tuttalpiù aleatorio.  Sperare di fare buona impressione sui Tedeschi con un nulla di fatto era addirittura inconcepibile.  Fatto sta che l’ordine di rientrare, che il comandante del Bolzano, Capitano di Vascello Maugeri, aspettava da un momento all’altro dopo l’avvistamento del ricognitore, non venne mai e la squadra continuò a navigare indisturbata verso Sud-Est.  Era il 27 Marzo 1941.

Tomo III

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